«Suonate pure le vostre trombe che noi suoneremmo le nostre campane». Così, nel 1494, l’allora gonfaloniere di Firenze Pier Capponi rispondeva alle minacce del re di Francia Enrico IV. In quel frangente le campane fiorentine non ebbero bisogno di suonare, ma sappiamo con certezza che esse avrebbero egregiamente svolto il proprio ruolo, se fossero state chiamate a farlo.
È da quando l’umanità ha iniziato a lavorare il metallo che le campane uniscono le persone, invitandole al raccoglimento e portando loro notizie liete e meno liete. E ancor oggi le campane fiorentine squillano con furibondo fragore, sovrastando ogni possibile inquinamento sonoro e trionfando sulla frenesia della vita che si consuma ai loro piedi.
Passeggiando per la città le possiamo udire cantare dall’alto dei campanili svettanti sulle nostre teste, con il loro potere unico di ricoprire, per qualche istante, il rumore del traffico veicolare, il chiacchiericcio che risuona per i vicoli gremiti di turisti e di destare ancora, dopo secoli, la nostra attenzione.
Da sempre le campane hanno scandito il ritmo della vita civile e religiosa, e oggi non smettono di essere un simbolo di appartenenza di grande portata. Da sempre sono amate da coloro che vivono sotto il loro battacchio, al punto che ognuna, soprattutto se di importanza “storica”, possiede un proprio nome, segno di una specifica identità. 
Simili nelle forme, diverse per dimensioni e suoni, questi bronzei strumenti musicali, andati spesso incontro alla malcapitata sorte di fusione per fini bellici, continuano così a sopravvivere nella città contemporanea. Anche a Firenze.
Chi vuol conoscere oggi l’anima di Firenze deve, anzi, ascoltare il suono delle sue campane, perché in ogni città, le campane, ne hanno uno tutto loro. Così, se a Roma rintoccano solennemente per l’intera cristianità, intonandosi all’altezza delle cupole e all’universalità della Chiesa, e a Milano squillano romantiche portando con sé gli echi dei carillon nordici, a Firenze le vecchie campane comunali suonano turbolente e festaiole, richiamando la gente ad uscire e ad agire.
Ancora rimane, tra gli abitanti, il ricordo dell’adorata “Martinella”, la campana di guerra del popolo fiorentino che fu predata dai senesi durante la Battaglia di Montemurlo ma che sino allora, sul carroccio del Comune, accompagnava le bandiere e gli stendardi in battaglia. Come non si dimentica nemmeno la “Piagnona” di San Marco, la più grande di tutte e, anzi, la più grande d’Italia, legata alla cattura e all’esecuzione di fra’ Girolamo Savonarola e punita addirittura ad un esilio temporaneo per aver suonato l’allarme durante lo svolgersi del fatto.
Chissà che senso di terrore doveva poi suscitare la “Montanina”, che con le sue note accompagnava l’ultimo viaggio dei condannati a morte al Bargello quando questi ancora non era un museo bensì luogo dove si amministrava la giustizia. È lei che nel 1944 chiamò  i fiorentini alla rivolta contro l’occupante nazista, ed è sempre lei che gridò quando, nel 1966, l’alluvione colpì Firenze.
Tra i rintocchi sacri di Santa Maria del Fiore, Santa Maria Novella, Santa Croce, San Lorenzo, il suono che oggi, più di tutti, maggiormente risveglia nei fiorentini il proprio senso di appartenenza civica è però, senza dubbio, quello proveniente dalla torre di Arnolfo di Palazzo Vecchio. Qui la campana del Popolo, unitamente alla Tojana e alla campana del Leone, riescono infatti ancora a generare quel sentimento di unione tra il popolo e, anzi, tra i popoli che sotto di esse si raccolgono ogni giorno, che porta con sé antichi echi.
Senza una campana nessuna comunità è veramente tale. E in una terra che vive di campanili e campanilismi, come Firenze, essa non poteva d’altronde che costituire uno dei più alti simboli della vita, raccontando ogni giorno, con voce laica e religiosa, la storia di questa città.