“Il sole autunnale, caldo e forte, rischiarava la statua e la facciata della chiesa. Allora ebbi la strana impressione di guardare quelle cose per la prima volta”. (G. De Chirico)

 

Camminando per le vie del centro storico di Firenze e facendo capolino da Borgo de’ Greci, si apre, maestosa ed eterna, piazza Santa Croce. La luce del pomeriggio la avvolge in un’atmosfera di silenziosa sospensione, stagliando contro il cielo lo spigoloso skyline di quella basilica che non più ci appare quale il noto mausoleo dell’arte, bensì come un prodigio di bellezza mai conosciuto prima.
Non è un caso che nel 1910 Giorgio De Chirico rievocasse nel suo “Enigma di un pomeriggio d’Autunno” la stravolgente sensazione derivante da questa visione: seduto su una panchina della piazza e colto da uno «stato di morbosa sensibilità» conseguente ad una lunga malattia, il pittore provò infatti qui, per la prima volta, quel senso di sospensione mentale che permise all'”enigma”di rivelarsi ai suoi occhi, offrendogli un’ immagine interiore e straniante dello spazio urbano, divenuto improvvisamente, da familiare, misterioso.
È a Firenze, allora, che il movimento metafisico trovò le proprie radici, radici che De Chirico percepì con tale consapevolezza da definirsi «fiorentino». E fondale della sua «rivelazione» fu proprio Santa Croce, dove Giotto, nella Cappella Peruzzi, e ancor più Maso di Banco, in quella dei Bardi di Vernio, già dipinsero quinte urbane silenti, fatte di mura scatolari di astratta regolarità.
Qui  prese avvio la pittura degli “enigmi”, la pittura dell’«insensata bellezza della materia», fatta di oracoli, manichini, antiche statue e presenze-assenze, fatta di stagioni e precise ore del giorno, una pittura impostata, via via, su quello che lo stesso De Chirico definì il “metodo Nietzsche”: «vedere ogni cosa, anche l’uomo, nella sua qualità di cosa».
Riguardandoli con gli occhi dei protagonisti della Metafisica, gli spazi e i volumi del centro storico sembrano poter trasmettere ancora le medesime sensazioni, lasciandoci muti di fronte a ciò che non sapremmo se definire straordinaria pietrificazione di storia umana o meraviglioso capolavoro di natura.
Da quando è stato liberato dal traffico, poi, il centro fiorentino ha più che mai recuperato i suoi scenari vasti e vuoti, portando con sé il ricordo dei numerosi scatti Brogi o Alinari di inizio Novecento. Certo le rare presenze umane che connotarono tanto la pittura di De Chirico quanto la Fotografia degli inizi del XX secolo appaiano oggi una realtà lontana. Ma la città è qui, sempre lei, e continua a sussurrarci i propri enigmi, enigmi che nel recuperato silenzio, stando attenti, riusciremo ad udire, trasformando così ogni atto quotidiano in una dimensione di pura poesia.