«Avanzi e vestigia / Della chiesa di San Piero a Scheraggio / Che dava nome ad uno dei sesti della città / E fra le cui mura nei consigli del popolo / Sonò la voce di Dante».  
Così recita, a Firenze, una targa apposta in via della Ninna. Una via percorsa ogni giorno da milioni di turisti ignari, ma che porta con sé un’antica e importante storia.
“Incastrata” tra Palazzo Vecchio e la Galleria degli Uffizi, in questo luogo sorgeva infatti la chiesa romanica di San Pier Scheraggio, dove un affresco di Cimabue, raffigurante la Madonna nell’atto dolcissimo di far addormentare il Bambino, si era guadagnato proprio il nome di “Madonna della Ninna Nanna” o, più semplicemente, “della Ninna”.
La storia di questa chiesa rimane così ancor oggi impressa nella toponomastica cittadina, sebbene dell’edificio dell’XI secolo resti così poco che della sua silente esistenza, a dire il vero, non molti si accorgono. Eppure, percorrendo la via che dalla Loggia del Grano conduce a quella cosiddetta dei Lanzi, pare difficile non notare la presenza di insolite colonne e curiosi archi inglobati nella parete nord degli Uffizi. 
È lei, San Pier Scheraggio, cosiddetta dal fossato di “schieraggio” che correva lungo la prima cinta muraria della città. O almeno è quello che rimane dell’antica e rilevante chiesa che fu luogo di funzioni religiose non meno che teatro di memorabili orazioni pubbliche, come quelle di Dante e Boccaccio, oltre che sede prescelta per l’elezione di gonfalonieri e priori prima della nascita del palazzo comunale.
La costruzione andò infatti incontro alla sua prima demolizione già nel 1298, quando proprio l’edificazione di Palazzo Vecchio portò alla scomparsa della cappella del Cimabue, seguita, nel 1410, anche dalla navata sinistra. Ma è solo nel 1560 che, con la nascita degli Uffizi, costruiti da Giorgio Vasari per volontà di Cosimo I de’ Medici, essa perse il suo campanile, la sua canonica e il piccolo cimitero pertinente, venendo letteralmente assorbita dalla nuova struttura delle Magistrature fiorentine. Non per questo, però, la chiesa cessò di vivere e, anzi, continuò ad essere officiata sino al 1782 quando, per volontà dei Lorena, venne infine trasformata nell’Archivio dei Tribunali.
Privata della sua facciata a cuspide, dei tre portoni e del bel rosone che a lungo ne connotarono il volto, ecco allora che dell’antico edificio non resta oggi che la navata centrale, meglio conosciuta come Aula di San Pier Scheraggio, chiusa al pubblico e adibita a rare mostre ed eventi temporanei, pur custodendo ancora, al proprio interno, veri capolavori.
Non solo, infatti, un restauro del 1971 permise di riportare in luce i resti e le stratificazioni del sito, scoprendo un affresco di età romana, le vestigia di una chiesa longobarda e una scalinata che discende alla cripta, ma, dentro al piccolo ambiente, presenziano tutt’oggi opere di Botticelli, Renato Guttuso, Corrado Cagli, nonché quel ciclo di Uomini Illustri che Andrea del Castagno dipinse per la nota Villa Carducci a Legnaia.
A detta dell’erudito don Vincenzo Borghini, questa chiesa, che diede il nome ad uno dei sestieri in cui Firenze si ripartiva prima della nota riforma del 1343, che divise la città in quattro quartieri, se non fosse stata trasformata nel tempo avrebbe potuto essere, per proporzioni, armonia e perfezione,  addirittura una fedele rappresentazione della basilica vitruviana. È tutto questo a fare di San Pier Scheraggio un complesso di massima importanza, tanto sul piano storico-culturale quanto su quello artistico e architettonico. Eppure, della tacita presenza della chiesa, oggi informano solo un’esigua targa e le tracce della sua navata principale, impresse in quel paramento murario che, con le sue arcate e le rispettive colonne, finisce per fondersi con la più moderna struttura vasariana.
Queste indizi, sebbene ignorati dai più, sono però lì a ricordarci  il tempo felice in cui la basilica si ergeva ancora, in tutta la sua bellezza, entro il caratteristico rione medievale, ove strette vie, piccole piazzette, chiassi e case popolari facevano da sfondo a numerose attività artigianali e alle sedi di alcune arti minori, tra prostitute e osterie, restituendoci così anche un ritratto vivace della Firenze che fu.