Via dei Calzaiuoli, via del passeggio fiorentino. Centinaia di persone percorrono ogni giorno questa strada, soffermandosi inevitabilmente, tra qualche acquisto, la visita di un museo o un gustoso spuntino, ad ammirare, col naso all’aria, le colossali nicchie scolpite entro il perimetro di pietra di quella che, difficilmente, per le sue forme, penseremmo sin dal principio essere una chiesa.
Orsanmichele è infatti un luogo le cui sembianze di edificio civico, al cospetto di un’iconografia di stampo prettamente sacro, confondono; un luogo insolito, già nel suo titolo, che nacque dall’abitudine tipicamente fiorentina di accorciare i nomi di luoghi e cose per “penar più poco”.
La sua intitolazione si lega, però, alla più antica chiesa di San Michele Arcangelo, eretta sul luogo verso la metà dell’VIII secolo, la quale, sorgendo in mezzo ad alcuni campi coltivati, venne popolarmente ribattezzata “San Michele in Orto”: un appellativo presto abbreviato e ristretto in una sola, unica, parola che i turisti stranieri fanno persino fatica a pronunciare.
L’odierna Orsanmichele cela, tuttavia, una storia  ben più lunga e curiosa del proprio stesso nome, poichè ciò che vediamo oggi non è un semplice accrescimento o “travestimento” in forme più moderne della primitiva chiesetta, bensì il frutto trecentesco di continue e profonde trasformazioni succedutesi nel tempo.
I cambiamenti che hanno riguardato la chiesa non si sono infatti unicamente limitati alla sua forma, ora dichiaratamente gotica, ma hanno investito la stessa funzione dell’edificio: l’antica San Michele, abbattuta nel 1240, fu sostituita, nel 1284, da una loggia destinata ad accogliere i mercanti di biade e le loro merci e fu innalzata, così, una semplice ma bellissima struttura con un basso tetto in legno a grondaia spiovente e pilastri in mattoni, firmata niente meno che da Arnolfo di Cambio.
Un luogo sacro, che divenne, dunque, luogo destinato al commercio, nel quale però ben presto si manifestò una strana osmosi tra sacro e profano.
In ricordo dell’antica chiesa, venne infatti affrescata su di un pilastro la figura di San Michele Arcangelo, ma anche quella di una “Madonna delle Grazie” che, ritenuta miracolosa, portò alla nascita di un vero e proprio culto devozionale. Di qui anche la fondazione della compagnia dei Laudesi, addetta proprio al culto e alla raccolta delle donazioni ex voto per la veneratissima immagine, ma a capo, anche, della stessa doppia destinazione d’uso cui andò in contro l’edificio.
Dopo l’ incendio che colpì e danneggiò fortemente la loggia nel 1304 si decise, infatti, di ricostruirla e, sotto il susseguirsi di tre noti architetti, Francesco Talenti, Benci di Cione e Neri di Fioravanti, si pensò proprio ad un edificio polifunzionale. Stabilita la forma attuale, di pianta rettangolare e maggiori dimensioni, fu ideato quindi uno spazio che potesse garantire il culto e, al contempo, la conservazione delle granaglie, disponendo la struttura su tre ampi ed ariosi piani.
A capo della ricostruzione si pose, peraltro, l’Arte della Seta, motivo per il quale l’edificio si legò indissolubilmente, da quel momento, alle Corporazioni cittadine, portando tanto alla decorazione dei vari pilastri della loggia con i santi protettori di ognuna di esse, quanto alla costruzione di quel corridoio sopraelevato che, sopra l’entrata, collega l’edificio, all’altezza del secondo piano, con il Palazzo dell’Arte della Lana che lo fronteggia.
Solo nel 1380 Simone Talenti procedette al tamponamento delle arcate di Orsanimichele e la struttura, definitivamente chiusa, divenne allora unicamente luogo sacro. Nonostante ciò, l’antica storia dell’edificio continuò però a vivere in esso che, oggi, non solo ospita un museo negli spazi superiori un tempo destinati al grano, ma nasconde numerose tracce della sua originaria funzione.
Si possono così ricollegare ad essa le decorazioni dei quattro pilastri angolari esterni della chiesa, dove, sebbene deteriorate dal tempo, appaiono ben riconoscibili le immagini scolpite di spighe di grano e viti, probabilmente dovute all’immancabile smercio del vino. Così, all’interno, si possono ancora vedere strane fessure ricavate entro i pilastri che, in realtà, altro non erano che feritoie collegate ai piani superiori mediante un condotto, dal quale veniva calato il grano permettendo ai fornai di riempire direttamente, ed in maniera davvero ingegnosa, i propri sacchi.
Questo luogo sembra, allora, parlare ancora di un genio tutto fiorentino, che mirabilmente seppe coniugare bellezza e praticità ma che, soprattutto, brillantemente riuscì a fondere due mondi così distanti, quello dello spirito e quello della materia, in una sola struttura senza definizioni e senza tempo, in uno spazio semplicemente eterno che non necessita di esser raccontato poiché a farlo sono, da allora e sino ad oggi, le sue forme e quelle infinite, piccole tracce di storia che portano impresse.