Non più Villa Triste, se in queste mura spiriti innocenti e fraterni, armati sol di coscienza, in faccia a spie e torturatori carnefici, vollero, per riscattare vergogna, per restituire dignità, per non rivelare il compagno, languire, soffrire, morire per non tradire.

Oggi  un anonimo condominio al numero 67 di via Bolognese, con un passato  inosservato, da molti dimenticato. Vai dritto se non ne sai la storia, se non ti fermi a guardare i ricordi e le iscrizioni. Un palazzo come tanti, particolare solo per la costruzione con due corpi laterali avanzati rispetto a quello centrale che affiancano, e su cui si aprono moltissime finestre. Stessa facciata del 1943, ma diversissimo è l’uso dell’interno: oggi il palazzo è abitato da famiglie con bambini, vecchietti, coppie di sposini, in quel tempo di guerra  invece era il fortino del  più profondo dei martiri. Ricordi orribili, strazianti di cui non vorremmo riparlare, ma che è importantissimo ricordare, proprio per non dimenticare.
Avanzi di galera, dalla dubbia sanità mentale, spietati e assatanati, requisirono nel 1943 il palazzo residenziale di Firenze, per compiervi il più crudele atto che ha marchiato la storia dell’Italia. Erano i feroci membri della Banda della Carità, istruiti dai nazisti per seviziare i padri della nostra Resistenza. Urla, grida di disperazione, sfinimento, frustrazione uscivano dagli scantinati del palazzo, coperti dalla musica di un piano suonato dall’infame padre Ildenfonso,  al secolo Epaminonda Troia. Nessuno sentiva, nessuno si accorgeva, perché non poteva e non doveva udir nient’altro che canzonette napoletane strimpellate con le dita del furore. Torture continue, flagellazioni, sevizie bestiali prima della morte, la fucilazione come arrivo della quiete, il sudato e sanguinoso premio dello strazio, ecco cosa si faceva a Villa Triste.
Spie, torturatori, appena usciti di galera in virtù di una segreta amnistia, concessa in cambio all’adesione alla Repubblica Sociale Italiana, questi erano i membri della Banda della Carità, un nome che sembra beffarsi delle morte e del dolore e che invece prende origine dal capo delle bestie della banda, Mario Carità, campione di violenza e delinquenza, capo indiscusso delle RSI, una bestia sanguinaria che addestrerà altre bestie disumane, un nome per tutti Pietro Koch, responsabile di avere applicato in nord Italia i metodi di violenza appresi a Villa Triste.
Le anime che hanno perso la vita nel palazzo si son perse con l’incuria della storia, che imperterrita va avanti, senza ricordare, portando con sé solo i nomi dei più noti: l’azionista Anna Maria Enriques Agnoletti, follemente percossa, costretta alle catene per una settimana, prima di venire finalmente fucilata, e Bruno Fanciullacci, tra i più valorosi capi partigiani fiorentini, catturato a soli 25 anni, barbaramente torturato, quasi ucciso con pugnalate al basso ventre, perché era silente, e lo rimarrà per sempre, riuscì a morire senza parlare,  buttandosi dal secondo piano della Villa.
In ricordo della giovane vittima, del suo sacrificio, della resistenza a non tradire e a non parlare, nel 2003, lo slargo di fronte a Villa Triste è stato chiamato “Largo Fanciullacci”, per sempre a sua memoria, come una via del suo paese natale, a Pieve a Nievole, in provincia di Pistoia, via Bruno Fanciullacci.
Sono passati molti anni, eppure passando qui davanti un brivido passa ancora per la schiena, la Villa trasuda il ricordo degli scempi e della barbarie, le urla di chi vi trovò non solo morte, ma la violenza più inaudita, spietata, folle e sanguinaria. Quasi una fortuna non si possa entrare, per ordine tassativo degli inquilini che vi abitano, perché sarebbe troppo vicino l’orrore del massacro, il ricordo delle grida, del sangue di corpi aggrovigliati, sfranti e macellati.
Una storia che purtroppo non finisce qui a Firenze, perché quando gli alleati e i partigiani erano ad un passo per liberare la città, i diavoli della banda fuggirono a Milano, dove si insediarono in un’altra Villa Triste, in Via Paolo Uccello 17, zona Sempione, per perseguire la più orrenda follia umana, il più atroce dei massacri, di cui oggi per fortuna rimangono solo i palazzi, e forse non vorremmo più nemmeno quelli.