Un artista poliedrico, tra i più completi del panorama teatrale mondiale, Carmelo Bene è stato un attore, un regista, un drammaturgo e un poeta, una figura controversa, oggetto di clamorose polemiche: per alcuni un mero massacratore di testi, presuntuoso e ingannatore, per altri illustri intellettuali, tra cui Montale, Moravia, Flaiano e Pasolini, uno dei più grandi attori del Novecento, un anticonformista, un uomo insofferente alle regole stantie del teatro classico, legato intimamente alla città di Firenze, perché è qui che accaddero tragedie e idilli della vita di quest’uomo.
Non parliamo di un natale fiorentino, perché Carmelo Bene nasce in Puglia, nel 1937, a Campi Salentina, a pochi chilometri da Lecce, ma sarà l’incontro della vita a farlo unire intimamente alla città di Firenze.
L’amore nato a Roma con Giuliana Rossi, attrice fiorentina, è l’esordio di un duplice affetto: con lei, la sua futura sposa, e con la città che accoglierà i momenti più salienti del loro amore e la nascita del futuro frutto dell’unione.
Tuttavia il panorama fiorentino non li accolse all’alba dell’amore, perché in prima battuta i due giovani provarono a sistemarsi in terra salentina, tra gente calda, accogliente, bizantina, ma forse ancora antica, poco aperta alla spregiudicata libertà di una donna emancipata, come Giuliana Rossi, invisa al popolo e ancor più alla famiglia di Carmelo.
Una dipartita, quella dal Salento, non facilmente sopportabile e priva di traumi per l’animo dei due: il padre dell’attore fece internare il figlio in manicomio per qualche settimana, e minacciò più volte Giuliana per scoraggiarla a realizzare quell’amore.
Ma finalmente i due amanti riuscirono a fuggire dalla Puglia e raggiunsero Firenze; per Carmelo la città dei gigli è sinonimo di cultura, mentale apertura, è un rifugio, un nido caldo, accogliente, sembra buono, così calmo, incapace di colpire e far del male, ma su questo Carmelo si sbagliava, e tragicamente il tempo lo avrebbe dimostrato, anche a Firenze la vita colpiva e se ne andava.
Anni felici, di studio e cambiamento, a Firenze l’attore salentino lesse l’ Ulisse di James Joyce, un libro che lo affascinerà a tal punto da fargli mutare in toto il modo di recitare e d’interpretare la scena teatrale.
Sono anni importanti, anni di evoluzione pubblica e privata, Firenze è apice teatrale e culmine sentimentale, perché Carmelo e Giuliana vivono insieme, ufficializzano l’unione il 23 aprile del 1960, e in questa città danno alla luce l’amatissimo figliolo, Alessandro, un bimbo debole che riempirà la vita degli attori, specie di Carmelo.
Un’esistenza breve, mangiata da un precocissimo tumore, che feroce ingoiò a tre anni il respiro del bambino, morto silenziosamente all’ospedale pediatrico Meyer di Firenze. È un tragico epilogo, il climax del rapporto che lega Carmelo Bene alla città di Firenze. Dopo la scomparsa di Alessandro, l’attore non troverà più la pace nella città che lo aveva accolto,  dolcemente rifugiato.
Ha inizio l’insofferenza, cresce forte l’inquietudine per la città che improvvisamente ha strappato la vita al sangue del suo sangue. Carmelo si fa errante e disperato, è un uomo senza meta, un vagabondo triste e solitario.
Si chiude così il capitolo più tragicamente amato, odiato, naufragato nel  profondissimo dolore che a Firenze, amaramente, gli era stato destinato.