Per il prossimo fine settimana, dimenticate il pranzo dalla suocera e l’aria viziata dei centri commerciali: dopo una colazionecon vista sulle mura di Lucca e una passeggiata “in città”(come dicono i locali) tra gli stretti vicoli medievali e le vetrine ammiccanti, dirigetevi verso la chiesa di San Michele e da lì, verso Altopascio. Muoverete i vostri passi sull’antica via Francigena o Romea, attraversata per secoli dai pellegrini che, dall’Europa centrale (in particolare, dalla Francia), intendevano recarsi a Roma. Dal 1994 la via Francigena è stata dichiarata “Itinerario Culturale del Consiglio d’Europa” (al pari del cammino di Santiago di Compostela) e dispone di un sito ufficiale dal quale è possibile scaricare la mappa dei percorsi in cui si articola. L’itinerario da Lucca ad Altopascio è prevalentemente pianeggiante, dunque adatto a tutti (leggi: non avete scuse), percorribile sia a piedi che in bicicletta e si estende per circa 18, 5 km; il tempo di percorrenza si aggira sulle 4 ore e mezza. Per i più pigri, la linea di treni regionali Firenze-Viareggio effettua la fermata alla stazione di Altopascio.

Permettetemi ora una digressione alla Piero Angela: in un punto strategico della via Francigena, tra il padule di Fucecchio e il lago di Sesto (oggi entrambi bonificati) sorgeva l’antico Spedale di Altopascio. Una piccola precisazione: il termine “spedale” (dal latino “hospes” = “ospite”) in epoca medievale indicava generalmente un luogo di accoglienza per pellegrini e viandanti, più che uno spazio destinato all’esercizio della medicina e della chirurgia; ma il nostro spedale rappresenta un’eccezione. Fondato alla metà del XI secolo da dodici cittadini lucchesi e dedicato a Sant’Jacopo, tuttora patrono della città, si configurò fin da subito anche come luogo di assistenza medica agli ammalati, che medici e sanitari curavano con trattamenti, per l’epoca, all’avanguardia. L’ospizio fu, dunque, un vero e proprio punto di riferimento, non solo per i pellegrini ma anche per gli abitanti delle zone limitrofe; si pensi che la torre campanaria dello spedale, meglio conosciuta come la Smarrita, suonava a distesa ogni sera dopo il tramonto per richiamare coloro che si trovassero in difficoltà in quelle lande paludose e battute dai briganti. Preposto alla gestione del complesso ospitaliero di Altopascio fu un ordine religioso cavalleresco di nuova fondazione, che da qui si diffuse nel resto d’Europa: l’Ordine di San Giacomo di Altopascio, meglio conosciuto come l’Ordine dei Cavalieri del Tau. Il nome deriva dalla croce taumata, cucita sul lungo mantello nero che i frati usavano indossare, che oltre a costituire un evidente richiamo alla crocifissione di Cristo, potrebbe anche alludere, per la sua forma, al martello o alla stampella, entrambi simboli delle principali attività cui l’ordine si dedicava: la manutenzione delle strade e la cura dei pellegrini e degli infermi. E’ difatti attribuibile ai Cavalieri del Tau la costruzione di alcuni ponti sull’Arno, sull’Elsa e sul Taro.

Ma il nome di Altopascio è da sempre legato anche al buon cibo e alla buona cucina, tant’è che persino Boccaccio nella novella di Fra Cipolla utilizza, come immagine di abbondanza, il riferimento al calderon d’Altopascio. E calderoni colmi di pastasciutta fumante adornano le strade del centro storico in occasione della festa del santo patrono (25 luglio), durante la quale è ricostruita la vita di un borgo medievale con le sue attività artigianali e i tornei.

L’estate, tuttavia, appare ancora lontana; come consolazione, prima del rientro alla base, si raccomanda la sosta in uno dei panifici della città dove si produce artigianalmente il famoso pane di Altopascio, “sciocco” (senza sale) come prevede la migliore tradizione toscana e squisito se condito con olio extravergine di oliva e un pizzico di sale, e accompagnato con un buon bicchiere di vino rosso.

Credits:
Comune di Altopascio, L’ospitalità in Altopascio. Storia e funzioni di un grande centro ospitaliero. Il cibo, la medicina e il controllo della strada (Altopascio, Sala dei Granai, Piazza Ospitalieri, 21 settembre 1996 – 6 gennaio 1997), a cura di Alessandra Cenci, Lucca, PubliEd, 1996.