A 479 m dal livello del mare e 5 km da Bagni di Lucca, sorge un paese fiero e geloso di sé, arroccato su se stesso e abitato da 500 anime: sto parlando di Benabbio, centro militare e amministrativo della valle in rivalità con Villa Basilica che, sdegnoso, ben si nasconde tra le colline della Val di Lima.
L’alterigia del paese è però in qualche modo giustificabile; vanta, infatti, una storia secolare (i primi insediamenti sono addirittura preromani), un castello di origine medievale misterioso e affascinante (la campagna di scavi condotta dall’Università di Pisa si è conclusa recentemente) e una chiesa trecentesca i cui tesori, da soli, dovrebbero bastare a convincervi a visitarlo. Intitolata a Santa Maria Assunta e fondata nel 1338, la chiesa presenta un impianto basilicale a tre navate, scandite da colonne miste e coperte con capriate lignee; nel transetto sinistro sono conservate due sculture lignee policrome, rappresentanti l’Arcangelo Gabriele e l’Annunziata, realizzate nientemeno che dal padre di Jacopo della Quercia, Piero d’Angelo, nel 1394. Ma il pezzo forte è senza dubbio il trittico presso l’altar maggiore che, commissionato dalla comunità benabbina nel 1469 al pittore fiorentino Baldassarre di Biagio, raffigura la Vergine col Bambino circondata da due coppie di santi. Altre testimonianze storiche e artistiche pregevoli si trovano nel Museo di Arte Sacra di Benabbio, nel quale è altresì conservata una delle campane più antiche ritrovate nel territorio della provincia di Lucca (è databile intorno al 1200) e un tempo facente parte della chiesa di Castello.
L’origine del toponimo del borgo non è sicura; certo è che nel XIV secolo era meglio conosciuto come Menabbio e faceva parte, assieme ai vicini paesi di Limano, Casoli e Vico Pancellorum, del feudo dei Lupari (o Lupori), importante famiglia di origini bolognesi, il cui più illustre e famoso esponente fu Lupo Lupari. Abile spadaccino, prestante cavaliere, poeta e rimatore: a lui è legata una novella trecentesca assai nota in quel di Lucca che per il vostro e il mio sollazzo, mi appresto a raccontarvi.
Una sera di maggio un cavaliere solitario, fiero e valente, cavalcava lungo la strada che da Benabbio conduce verso il fiume Serchio: era il nostro Lupo Lupari, signore della Val di Lima e capitano di Castruccio Castracani, che ambiva a sconfiggere il rivale Nieri di Uguccione della Faggiola e diventare così podestà di Lucca al suo posto. Quella sera Castruccio aveva convinto Lupo a partecipare alla grande festa, allestita nel palazzo di Nieri per celebrare l’arrivo a Lucca del padre Uguccione e di altri illustri cavalieri pisani. Aveva acconsentito, lui, così poco avvezzo alla politica, solo nella speranza di incontrare una giovane fanciulla lucchese, Gemma dei Guicciardi, di cui si era innamorato a prima vista. Mentre procedeva a cavallo lungo gli argini cespugliosi del fiume, lo stridio flebile e premonitore dei grilli sembrava avvertirlo di un imminente pericolo ma Lupo non li udiva, preso com’era dal pensiero di lei.
Finalmente giunto al palazzo, per l’occasione addobbato con i più bei candelabri d’oro, con arazzi preziosi e tendaggi splendenti, riuscì a scorgere tra la folla la sua amata Gemma e mosso dal furore, assoldò il buffone di corte, un nano gobbo e imbroglione, perché al termine dei festeggiamenti la rapisse e la conducesse nel suo castello. Tutto andò come previsto da Lupo, o quasi.
Nella più bella camera del suo castello, impreziosita dai più lussuosi broccati lucchesi, stava una impaurita e spaesata Gemma che, sdegnosa, rifiutò il cibo offertole dall’anziana custode del castello e accettò solo del vino rosso; rimasta sola, si affrettò ad aggiungere al vino della polvere rosa, come di cipria, estratta prontamente dal corpetto del suo vestito. Quando Lupo, reso impaziente e incauto dall’emozione, la raggiunse nella camera, fu da lei convinto a berne un calice in segno del suo amore. In un istante, Lupo stramazzò a terra e Gemma fuggì. In lontananza si udiva il canto mesto dei grilli che intonava: Male facesti, padrone, a bere alla coppa avvelenata dell’amore, poiché dopo l’amore, viene sempre la morte.

Sofia Ciliberto
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