En Vivo Vitamque
Fama Rerum Gestarum
Italicæ Militiæ Splendor;
Lucensium Decus Etruriæ
Ornamentum Castruccius
Gerii Antelminellorum Stirpe
Vixi Peccavi Dolui
Cessi Naturæ Indigenti
Animæ Piæ Benevoli
Succurrte Brevi Memores
Vos Morituros.[1]
Epitaffio sulla tomba di Castruccio Castracani, Chiesa di San Francesco di Lucca

 

Lucca è una città molto particolare e, sotto numerosi aspetti, alquanto ambivalente. All’interno delle sue mura ancora ostinatamente, e maestosamente, ritte sulle proprie forze si trova racchiusa quell’atmosfera di atemporalità e bellezza antica di tempi lontani, a noi del tutto estranei, dalla quale è impossibile non lasciarsi travolgere e rapire. Le sue origini ed il suo nome stesso possiedono una storia complessa, ambigua, e comunque a tutt’oggi non del tutto chiara. Anche gli storici sono divisi al riguardo: una parte di essi ritiene che Lucca sia nata come insediamento ligure, mentre altri fanno risalire la sua nascita al tempo degli etruschi ed il suo sviluppo, avvenuto in epoca romana, nel 180 a. C. In epoca barbarica, intorno al VI secolo, Lucca divenne capitale del ducato longobardo della Tuscia, ed in seguito, nel XII secolo, in epoca comunale, dapprima Comune ed in seguito Repubblica, rimasta indipendente fino al 1799, anno in cui cadde definitivamente sotto il dominio dell’Impero austriaco. Anche per quanto riguarda le origini del suo nome esistono e permangono molti dubbi ed ipotesi. Alcuni sostengono che la parola Lucca – o Luca, come veniva chiamata dai romani – abbia origine dalla parola celto-ligure luk, traducibile con «terra paludosa»; ciò sembrerebbe plausibile date le numerosi fonti storiche che testimoniano il flusso irregolare del fiume Auser, spesso causa di notevoli problemi alla città spesso soggetta ad alluvioni anche di portata piuttosto intensa. Molte note fonti antiche fanno esplicito riferimento alla città di Lucca, tra le quali, la prima di cui si abbia databile testimonianza, risalente alla mano di Cicerone nel 46 a. C., il quale, in una lettera scritta a Bruto, all’epoca governatore della Gallia, riferendosi a Lucio Castro scrive «longe princeps municipii Lucensis», laddove «Lucensis» è traducibile con lucchese. Altri riferimenti latini a Lucca li troviamo in Tito Livio, ed in Strabone per quanto riguarda le fonti greche. Lucca contempla al suo interno moltissime tracce delle molteplici influenze ricevute nel corso dei secoli, da quelle romane a quelle barbare, da quelle Carolinge a quelle austro-ungariche, senza tuttavia mai perdere la propria identità originaria, retaggio che perdura ancora oggi e che rende i lucchesi, a buon diritto, particolarmente fieri. Nel 180 a. C. Lucca diventa colonia romana, ed in brevissimo tempo vero e proprio centro pulsante della cultura latina, della quale ancora oggi sopravvivono numerose testimonianze: dall’anfiteatro che ancora conserva la sua originaria forma ellittica, al foro, situato nell’attuale piazza di San Michele dove svetta maestosa l’omonima chiesa che, pur essendo perlopiù in stile romanico, possiede numerosi dettagli e sfaccettature che richiamano l’ancora più lontana epoca aurea della Magna Grecia che, a sua volta, grazie alle sue forme armoniche ed alla ricerca costante dell’equilibrio perfetto tra le forme, contribuì fortemente nella nascita e sviluppo dell’arte latina, costituendo la fonte d’ispirazione maggiore. Sempre in epoca romana venne innalzata la prima cinta muraria, delimitante un’area quadrata all’interno della quale, circa due secoli dopo, venne insidiato il centro del potere politico e religioso della città; oggi vi sorge il Palazzo Ducale, progettato nel XVI secolo da Bartolomeo Ammanati, a testimonianza della volontà tipicamente italiana a mantenere intatte le antiche tradizioni ereditate dal passate e, tramite esse, tenere ben stretto il legame profondo con la nostra storia. Nel corso dei secoli Lucca fu spesso teatro di eventi importanti che ancora oggi riempiono le pagine dei libri di storia, primo fra tutti l’incontro del primo triumvirato nel 55 a. C. tra Giulio Cesare, Pompeo Magno e Marco Licinio Crasso, nel corso del quale venne accordato a Cesare un ulteriore prolungamento del suo proconsolato nelle Gallie. Con l’avvento e la diffusione del Cristianesimo, che portò ad una rapida estinzione della cultura pagana greco-latina sul piano religioso, anche Lucca, tutt’altro che immune, venne presto riconvertita divenendo uno dei centri più importanti della Cristianità ai suoi primi albori. La presenza del Volto Santo, una preziosissima reliquia raffigurante il Cristo crocifisso, conservata oggi presso il Duomo, rese la città di Lucca una delle mete preferite dai pellegrini di tutto il mondo allora conosciuto, ed una tappa essenziale del pellegrinaggio che, percorrendo la via Francigena, portava da Roma fino a Canterbury. Nell’itinerario di Sigerico, Arcivescovo di Canterbury, Lucca costituiva la XXVI tappa del suo itinerario. A seguito dell’occupazione dei goti, nel 400, e dopo una serie di ulteriori invasioni barbariche, Lucca divenne il centro del regno dei longobardi. Desiderio III conte di Lucca venne eletto Rex Langobardorum nel 756. Dopo la caduta dell’impero longobardo nel 773, del quale ci sono rimaste ben poche tracce, e l’invasione delle truppe carolinge guidate da Carlo Magno che sconfissero di i duchi regnanti, Lucca conobbe un periodo di florida espansione e di fiorente commercio, grazie  soprattutto alla nascita della manifatturiera tessile che fece della città il vero e proprio cuore della produzione della seta commercializzata sia in Occidente che in Oriente. Nel corso del Medioevo Lucca fu, al pari di Firenze e Siena, una delle più importanti città italiane, acquistando di anno in anno, di decade in decade, un valore ed un prestigio inestimabili esplicanti sia sul piano storico culturale, sia su quello economico e politico, sia su quello religioso. Il suo splendido profilo fatto di campanili, chiese, piazze e vie caratteristiche, e luoghi ove il tempo sembra essersi fermato a quell’epoca a noi tanto remota, conserva ancora oggi intatto tutto il suo enigmatico fascino foriero di epoche in cui le imprese eroiche di baldi condottieri entrati nel mito popolare e scontri tra ideali plasmavano lo spirito umano, stimolando la curiosità e la fantasia che negli anni avvenire permisero la creazione di opere e storie di immutata bellezza. Come gran parte delle città toscane dell’epoca, anche Lucca si ritrovò incastrata nella diatriba tra guelfi e ghibellini. Quale nota roccaforte ghibellina, capitanata dal suo signore Castruccio Castracani degli Antelminelli, uomo dotato di grande capacità politica e strategico-militare, profondamente devoto alla causa ghibellina – le cui imprese ispirarono secoli dopo niente meno che la regina della letteratura gotico romantica Mary Shelley, che ebbe modo di trascorrere diverso tempo in Toscana, tra Firenze, la Garfagnana e la Lunigiana assieme al marito, il poeta Percy Bysshe Shelley, che dedicò al principe lucchese uno splendido romanzo dalle forti tinte chiaroscure e di forte impatto poetico, Valperga, scritto nel 1823 – riuscì nel 1325 a sconfiggere le più forti truppe fiorentine nella battaglia di Altopascio, inseguendolo fino alle mura di Firenze. Moltissimi riferimenti alla battaglia di Altopascio li troviamo anche in Dante che, a causa dell’inasprirsi dell’atmosfera fiorentina tra guelfi e ghibellini ed alle crescenti persecuzioni nei confronti dei primi, si vide a costretto a trascorrere diversi anni di esilio a Lucca prima di trovare la propria dimora definitiva a Ravenna. Alla morte di Castruccio Lucca, caduta sotto il dominio dei Visconti e, poco tempo dopo, sotto la dittatura del doge della Repubblica di Pisa, Giovanni Dell’Agnello, visse un periodo di profonda incertezza ed anarchia. Nel 1370, grazie all’intervento dell’Imperatore Carlo IV, Lucca poté riottenere quella libertà che l’aveva sempre contraddistinta. I lucchesi, sula scia delle principali città italiane che a quel tempo così profondamente oppressivo godevano di grande libertà culturale, religiosa e politica, optarono per un governo di stampo repubblicano; esso promosse un’accorta politica a carattere essenzialmente libertario, instaurando gli antichi rapporti commerciali con le città europee che vide Lucca tornare agli antichi albori di città fiorente caratterizzata dal commercio della seta e dalla consistente presenza di ricchi banchieri. Car
lo IV concesse inoltre la possibilità ai lucchesi di dotarsi di un proprio studium generale. Esso tuttavia, pur riscontrando tra i suoi concittadini un discreto successo, soprattutto per quanto riguardava la formazione di professionisti specializzati (avvocati, notai e banchieri soprattutto), dovrà attendere il XVIII secolo prima di assurgere a diventare una vera e propria università. Firenze tuttavia, ben lungi dall’accettare con fare rassegnato una sconfitta siffatta, si preparò ad un a degna offensiva. Approfittando di ulteriori tensioni sorte nel frattempo, ed usandole come pretesto, nel 1429 Firenze assediò Lucca. In suo soccorso intervenne Milano, schierato dalla parte di Lucca, inviando Francesco Sforza con il suo esercito, che a seguito di una pesante sconfitta costrinse l’esercito fiorentino alla ritirata. Una anno dopo però Lucca fu nuovamente occupata dai fiorentini. Durante questo assedio, l’esercito fiorentino tentò di arginare il Serchio per allagare Lucca, ma a causa di notevoli errori ingegneristici non ottennero altro risultato che allagare il proprio accampamento, riportando di conseguenza notevoli perdite. Nel frattempo, Lucca ricorsero all’aiuto di Filippo Maria Visconti che, di nuovo, agì indirettamente chiedendo alla Repubblica di Genova, in virtù di un’antica alleanza con Lucca, di aiutare il borgo toscano a reprimere l’ingerenza fiorentina. Al rifiuto di Firenze di abbandonare l’assedio, Genova inviò un esercito di 6.000 uomini che, dopo una sanguinosa battaglia combattuta nelle zone già compromesse del Serchio, costrinse i fiorentini alla definitiva ritirata. Lucca riacquistò così, ancora una volta, la propria libertà ed indipendenza, godendo di lunghi anni di pace e prosperità. Nel 1799 tuttavia, mentre l’Europa si ritrovava a dover contrastare l’invasione degli eserciti di Napoleone, dopo oltre tre secoli di indipendenza Lucca cadde definitivamente sotto il pugno austriaco. Pochi anni dopo, nel 1805, grazie all’assestarsi di una certa stabilità (di breve durata tuttavia), su richiesta del senato di Lucca, venne costituito il Principato di Lucca e Piombino che venne assegnato alla sorella di Napoleone, Elisa Bonabarte Baciocchi, ed al marito di questa, Felice Baciocchi. Nel corse del Congresso di Vienna del 1815, nel tentativo di riportare l’antico ordine scombussolato dalle conquiste napoleoniche, venne creato il Ducato di Lucca, al quale subentrò come reggente Maria Luisa Borbone di Spagna, succeduta poi nel 1824 da Carlo Ludovico di Borbone; alla morte di questi, nel 1847, anche Lucca venne annessa al Granducato di Toscana governato dai Lorena d’Asburgo. Poco prima dell’unità d’Italia, nel 1860 venne annessa al Regno di Sardegna. Oggi Lucca è una delle mete toscane turistiche più ambite ed amate, visitata annualmente da frotte di turisti provenienti da tutto il mondo che, varcate le sue impervie mura che ancora svettano maestose verso il cielo, si lasciano travolgere dal suo immortale fascino, dalle sue strabilianti opere a cielo aperto che, con legittimo orgoglio, raccontano la loro storia secolare. Come sostenne giustamente Victor Hugo, l’uomo testimonia il suo passaggio sulla terra per mezzo delle opere letterarie ed architettoniche, e Lucca, rispecchiando alla lettera questo motto, possiede all’interno delle sue mura una storia di straordinaria importanza ed inestimabile valore che, sconfiggendo la fragilità della memoria umana, si tramanda immutata ed intatta di generazione in generazione.

Alba Rosa Gesualdo

[1]Trad. «Ecco, vivo e vivrò per la fama delle mie gesta, per la gloria delle milizie italiche; gloria dei lucchesi, gioiello di Toscana, Castruccio figlio di Gerio, della stirpe degli Antelminelli. Ho vissuto, ho peccato, ho sofferto, mi sono arreso alla natura. Uomini di buona volontà soccorrete un’anima pia nel bisogno, consapevoli che fra breve morirete.»