«E così, a modo del villan matto, dopo danno fe’ patto.»
GIOVANNI BOCCACCIO

È difficile scorgerla, lassù, in alto, confusa in una sfolgorante architetture che lascia basiti e senza parole chiunque osi alzare lo sguardo innanzi alla maestà del Duomo, sovrano e custode di Firenze da tempo immemore e suo cittadino più onorario. Si vede poco, anzi non si vede affatto: è troppo in alto, ed anche volendo la bellezza complessiva del Duomo la rende invisibile e ciechi i visitatori, ai quali non passerebbe mai per la mente che un luogo tanto maestoso e solenne nasconda un così insolito, bizzarro, e tuttavia immensamente spassoso, segreto.
Eppure c’è, e si può anche scorgere con un po’ di attenzione. Aguzzando lo sguardo sul fianco sinistro della cattedrale fiorentina, frapposto tra via de’ Servi e via Ricasoli, vedremmo d’un tratto emergere, fra le bellezze architettoniche e statue di santi e beati dai volti severi ed autoritari, che scrivono la leggende del Duomo, con nostro immenso stupore, una grossa testa di toro – anche se secondo alcuni sarebbe una testa di bue, ma poco cambia – con tanto di corna e uno sguardo alquanto indispettito, persino di scherno.
Una volta ripresi dalla sorpresa, che, confessiamolo senza vergogna, non può non strappare un sorriso, verrà spontaneo domandarsi: cosa ci fa una testa di toro, o di bue, scolpita sulla facciata di una cattedrale? Una cattedrale come il Duomo di Firenze, per giunta, ammirata e visitata ogni giorno, da secoli immemori che si perdono fra le fitte pieghe del tempo, da centinaia di migliaia di visitatori provenienti da tutto il mondo! Un luogo così importante, cruciale, non solo per la storia dell’umanità, quale paradigmatica traccia del suo passaggio su questa terra, ma un simbolo, fra i più importanti, della Chiesa e della cristianità europea.
Com’è possibile che sia stata approvata quella testa ferina a decoro del Duomo fiorentino, abilmente nascosta tra le sublimi arcate ed i vivi decori che fanno del Duomo di Firenze un inestimabile tesoro per l’umanità? È davvero possibile che Brunelleschi, autore di quest’opera grandiosa ai limiti delle facoltà umane, abbia dato il proprio consenso alla realizzazione di una tale burla? Se Brunelleschi ne fosse o meno a conoscenza non ci è dato modo di saperlo; ma se davvero ne era a conoscenza, ed ha lasciato che essa, una volta scolpita, rimanesse al suo posto laddove il suo autore l’aveva messa, non ci resta altro che osservare nei confronti di questo geniale architetto medievale una gratitudine ancora maggiore di quella che già gli mostriamo.
In fondo Firenze, a dispetto della sua severa autorevolezza, della sua innegabile bellezza artistica e del suo inestimabile patrimonio culturale, è pur sempre una città toscana, e come tale portata naturalmente ad accogliere ed accettare lo scherzo come un fatto culturale. I toscani lo sanno bene: lo scherzo, la burla e lo spirito goliardico che ci sono congeniali, appartengono al nostro retaggio non meno delle vite e delle opere degli artisti che trovarono i natali presso queste terre a metà fra mare e collina, degli ulivi e dei vigneti che costeggiano e colorano di vivaci colori le nostre belle campagne, e persino delle maestose opere delle nostre piccole città che si innalzano superbe verso il cielo. Quando si parla di «toscanità» si intende anzitutto goliardia, irriverente e spesso fin troppo spinta, ma proprio per questo divertente come nessun’altra. Una goliardia alla quale nessun toscano è immune, nemmeno il più severo.
Un esempio in tal senso paradigmatico ce lo offrono due grandi della nostra terra, Leonardo e Michelangelo, due tra i padri del patrimonio culturale ed artistico mondiale, che odiandosi profondamente l’un l’altro non perdevano occasione per farsi vicendevolmente piccoli dispetti e screzi, spesso litigando furiosamente in pubblico e non di rado ricorrendo anche alle mani. A nessuno verrebbe mai in mente che due grandi personalità come Leonardo Da Vinci e Michelangelo Buonarroti potessero scendere a comportamenti tanto puerili e sciocchi, comportamenti che potremo definire da osteria; ma un toscano non ha alcuna difficoltà ad immaginarlo. Parlando con un toscano, questi vi risponderà: «E’ normale, siamo toscani!», a giustificazione di questa tendenza che ci viene del tutto naturale, come a voler dire che non dipende da noi. Lo scherzo l’abbiamo nel sangue, intessuto nelle fibre più sottili del nostro essere, impresso come un marchio nel DNA.
Questo breve excursus sulla toscanità, credo, è essenziale al fine di comprendere le ragioni che spinsero quello scultore, particolarmente in vena di scherzi, ad arrischiare la propria carriera realizzando la testa di toro sul fianco dell’opera più importante del suo tempo. Ma quale storia si cela dietro la testa di toro? E perché proprio il toro e non un altro animale? La versione ufficiale, quella seria per così dire, fa riferimento ad un’antica usanza molto radicata a quel tempo, consistente per l’appunto di scolpire animali quale riconoscimento del sacrificio di questi ultimi, impiegati per trainare pesantissimi carri colmi di marmo, per la costruzione di tali prodigiose opere. A conferma di ciò, è possibile scorgere tra le numerose decorazioni marmoree del Duomo moltissimi altri doccioni antropomorfi dotati di sembianze animalesche, come a voler dire che non soltanto la mano elegante dell’uomo ma anche il duro, sfiancante lavoro di tanti e tanti animali, buoi soprattutto, utilizzati contro il loro volere, ha reso possibile la realizzazione di opere di ineguagliabile bellezza e valore. Questa, appunto, la versione ufficiale. Ma se volessimo seguire unicamente tali indicazioni verrebbe meno la toscanità di cui abbiamo parlato in precedenza. Esiste infatti un’altra versione, simbolo della ben nota toscanità, di gran lunga più curiosa e divertente, e perciò sicuramente preferibile a quella ufficiale. Antiche cronache risalenti al 1400, quando il Duomo aveva già raggiunto una discreta altezza, sembra abitasse proprio nell’angolo fra via de’ Servi e via Ricasoli un sarto piuttosto noto in città.
Questo sarto aveva una moglie, una donna molto bella e procace, e forse assai più ammiccante di quanto i costumi dell’epoca non consentissero, della quale era, a ragione, molto geloso. La donna sembra avesse intrattenuto una relazione extraconiugale con uno dei capomastro impiegato all’Opera del Duomo: vuoi la vicinanza così stretta tra il tetto coniugale ed il cantiere, vuoi la noia della vita matrimoniale che il tempo inevitabilmente scolorisce, vuoi il fascino che indubbiamente suscitano gli artisti ed il brivido del proibito. Il sarto tuttavia, «becco» ma non scemo né cieco, scoperta la relazione della moglie, dopo una probabile scenata che avrà incuriosito e divertito l’intero vicinato, denunciò la fedifraga consorte ed il suo amante al Tribunale Ecclesiastico. È molto probabile che una denuncia di tal sorta causò non pochi problemi al povero capomastro – e alla donna, che, bollata come adultera, è facile supporre che non dovesse aver condotto di lì in seguito una vita facilissima – sia sul piano economico (all’epoca era prevista una multa piuttosto ingente per questo tipo di reato) che su quello professionale, giacché rimaneva agli occhi dei suoi colleghi come colui che aveva sedotto ed insidiato una donna sposata compiendo così reato. Un affronto del genere è difficile da mandare giù, anche per un toscano, e meritava vendetta.
Quando si parla di vendetta viene naturale pensare ad un qualche evento violento, un duello, il danneggiamento di un bene o una proprietà, una scazzottata, ma in Toscana assume contorni nettamente diversi, più sottili ma assai più efficaci. Ed ecco l’idea: perché non scolpire proprio sopra la casa del «sarto becco» una bella testa di toro, con tanto di corna e lo sguardo fisso in quell’angolo di strada con fare sogghignante, ad indicare la sua condizione di marito tradito? In tal modo tutti avrebbero saputo, gli uomini del loro tempo e quelli del tempo avvenire che, alzando lo sguardo in quella direzione, avrebbero saputo che presso quei luoghi, una volta, viveva appunto un becco. Viene naturale domandarsi se il sarto avesse visto questa testa che lo fissava beffardo, o se, vedendola, ne avesse colto il significato implicito. Quel che è certo è che le intenzioni vendicative del capomastro trovarono un esito più che vittorioso, e del sarto becco e contento parliamo e sparliamo ancora oggi mentre al capomastro va tutta la nostra simpatia e riconoscenza.

Alba Rosa Gesualdo