Ecco un artista del genere di quelli che io amo,
modesto nei suoi bisogni: in verità egli vuole
soltanto due cose, il suo pane e la sua arte
FRIEDRICH W. NIETZSCHE, Crepuscolo degli idoli

Ponte Vecchio è senz’altro uno dei simboli della città di Firenze, ed uno dei ponti più famosi al mondo, tra i più visitati ed i più amati.
Un ponte amato a tal punto che persino i nazisti, durante l’invasione tra il 1943 ed il 1944, si rifiutarono di farlo saltare in aria, risparmiando così al gioiello più antico sull’Arno la stessa sorte toccata agli altri ponti della città. Hitler ed alcuni dei più importanti gerarchi nazisti ebbero modo infatti, nel maggio del 1938, su invito di Mussolini, di visitare ed ammirare con sguardi incantati la bellezza del ponte e l’eleganza sopraffina delle botteghe orafe che lo decorano di fulgide creazioni che sembrano fatte di autentica luce, e forse fu proprio questa la sola ragione che salvò Ponte Vecchio dalla distruzione.
Ponte Vecchio sorge sul punto più stretto del fiume Arno, dove in antichità vi era un guado, circondato da un’area piuttosto paludosa e malsana. Il primo attraversamento sulla città risale con molta probabilità all’anno della sua fondazione, intorno al I a. C., ma nel corso degli anni, a causa delle numerose alluvioni, venne abbattuto e ricostruito molte volte, sempre cercando di migliorarne le funzionalità.
Testimonianze di una struttura più solida risalgono all’anno 123 circa, nel pieno della Roma Imperiale, in virtù della promozione da parte dell’allora imperatore Adriano della costruzione della via Cassia Nuova che avrebbe dovuto attraversare la città.
Il ponte, in quel periodo, venne probabilmente dotato dei primi piloni in muratura, ma la travatura continuò a restare di legno ancora per diversi secoli. Questa passerella non ebbe tuttavia vita lunga, ed andò distrutta orientativamente tra il VI ed il VII secolo per tutta una serie di concause legatesi fra loro, complice la storia con la collaborazione puntuale del caso: vuoi l’incuria, le guerre barbariche, vuoi il lento ma inesorabile declino della gloriosa Roma, vuoi anche le reiterate alluvioni che continuavano a danneggiare il ponte, la passerella che univa le due sponde della città finì con l’andare distrutto.
Con molta probabilità nel corso degli anni, da allora, di ponti se ne susseguirono molti, ma una cifra, anche solo approssimativa, è alquanto difficile da azzardare, data la scarsità delle tracce e delle documentazioni storiche rimaste in nostro possesso.
Tra queste ne esiste tuttavia una autorevole, firmata da Giovanni Villani, che parla di un ponte costruito sotto il governo di Carlo Magno verso la fine del IX secolo e l’inizio del X, proprio laddove pare avere la sua posizione attuale.
Testimonianza che parrebbe avvalorata da alcuni studi scientifici sui piloni risalenti al secolo scorso, studi che hanno rivelato che il ponte, per così dire, nuovo, poggia su residui più antichi risalenti proprio alla seconda metà del X secolo.
Si ipotizza dunque che il primo ponte nelle sue attuali posizioni risalga al 1177, a seguito di una rapida ricostruzione dopo uno dei tanti crolli dovuti alle alluvioni. Gravemente danneggiato per ben due volte a distanza di cento anni esatti, nel 1222 e nel 1322, venne completamente spazzato via nel 1333 a seguito di una delle alluvioni più violente che la città ricordi.
La costruzione dei lungarni parve porre una soluzione definitiva per contenere le inondazioni, e nel 1345 venne infine costruito un nuovo ponte, secondo le moderne tecniche ingegneristiche del tempo, e dotato dei tre valichi che ancora oggi noi, a distanza di oltre mezzo millennio, possiamo ammirare ed attraversare. Un’opera questa la cui paternità è ancora avvolta nel mistero, ma che stando ai resoconti di Giorgio Vasari è da attribuire o a Taddeo Gaddi o a Neri Fioravanti.
Negli anni a seguire il ponte conobbe finalmente, dopo tanti tormenti, un periodo florido e stabile, grazie anche alla concentrazione sul suo ampio dorso di botteghe occupate dai pesciaioli e dai cosiddetti beccai (macellai). Ciò avvenne in virtù di un ordinamento del 1442 promosso dall’autorità cittadina per la salvaguardia della pulizia e del decoro, ordinamento che impose a questi umili lavoratori, la cui arte era assai poco gradita tanto alla vista quanto, e soprattutto, all’olfatto, di riunirsi su Ponte Vecchio sgombrando così le vie e le piazze del centro sormontate dai palazzi e dalle abitazioni.
Il trasferimento sul ponte mirava così, da una parte, a rendere queste botteghe concentrate in un sol luogo ed isolate dalle zone residenziali, e dall’altra all’eliminazione dei nauseanti olezzi lasciati dai materiali di scarto delle lavorazioni delle carni lasciate dai barroccini lungo le strade durante il trasporto di questi; tali scarti potevano così essere tranquillamente, ed impunemente, dispersi nelle acque del fiume senza recar danno alcuno a nessuno.
Questo almeno quello che pensavano, ma la realtà era ben diversa. Ponte Vecchio fu così per anni, a Firenze, il cuore del mercato della carne, frequentatissimo da migliaia di persone ogni giorno, luogo di commerci ed incontri ma, ad insaputa dei suoi frequentatori ed abitanti, indubbiamente tra le zone più malsane della città. Benché la grande pandemia di peste invase Firenze tra il 1347 ed il 1348, quasi cento anni prima del trasferimento dei beccai, è probabile che l’inquinamento delle acque del fiume, utilizzate dal popolo per le abituali funzioni di pulizia e nutrimento, e la scarsa igiene che spesso, se non sempre, caratterizzava il lavoro del beccaio, siano state causa altre pandemie minori, o che abbiano comunque provocato un danno tutt’altro che irrisorio alla salute dei fiorentini che costeggiavano quella zona.
Per fortuna, questa situazione non conobbe una vita troppo lunga, e poco più di un secolo dopo, su iniziativa di Cosimo (1565) I proseguita in seguito dal figlio Ferdinando I (1593), si decise di porre rimedio alla bruttura di questo angolo di città, proprio nel bel mezzo del fiume, con una sistemazione definitiva in un luogo dove davvero i beccai non potessero – loro malgrado – nuocere nessuno.
L’idea venne per primo a Cosimo I, neo signore della città, che, sulla scia di una serie di ristrutturazioni volte al miglioramento sia funzionale che estetico della città, approfittando della presenza del Vasari a Firenze, che già stava occupandosi dei lavori in Palazzo Vecchio ed agli Uffizi, in concomitanza con le nozze del figlio Francesco con Giovanna d’Austria, affidò al rinomato architetto il compito di costruire un ponte sopraelevato che collegasse tra di loro gli edifici più importanti della città, luoghi del potere e residenze dei granduchi fiorentini.
Questa passerella avrebbe dovuto collegare, ed in effetti collega, Palazzo Vecchio (allora riconvertito nella residenza dei granduchi) con Palazzo Pitti, passando per la Galleria degli Uffizi sopra Ponte Vecchio.
L’idea di questo corridoio sopraelevato venne ispirata soprattutto per consentire ai granduchi di raggiungere Palazzo Pitti, sede del governo, direttamente da Palazzo Vecchio senza scendere in strada, limitando così i pericoli legati alla loro incolumità, complice allora una situazione politica alquanto incerta – ovvero l’abolizione definitiva dell’antica Repubblica Fiorentina – che faceva giustamente temere i nuovi signori di Firenze.
Tra le intenzioni di Cosimo vi era con molta probabilità anche quella di voler evitare alla moglie, la bella Eleonora, ulteriori occasioni che aggravassero le sue già precarie condizioni di salute, permettendole così di muoversi più spesso e liberamente tra i vari luoghi della città evitando l’aria malsana di pesciaioli e beccai che si respirava nelle vicinanze. Il Corridoio Vasariano, chiamato così in onore del suo autore, venne costruito in soli cinque mesi, ma il problema dei maleodoranti effluvi delle botteghe su Ponte Vecchio perdurò per ancora trent’anni circa.
A questo pose rimedio il figlio, Ferdinando, che nel 1593, poco dopo la sua ascesa al potere, ordinò lo sgombero del ponte e il conseguente trasferimento di beccai e pesciaioli nella piazza del Mercato Vecchio (oggi Piazza della Repubblica), dove già il padre Cosimo aveva ordinato alla comunità ebraica di risiedere forzatamente, dando luogo al primo Ghetto cittadino.
E così quelle che un tempo erano state le botteghe piccole e sudice dei beccai, trasudanti sporcizia e cattivi odori, vennero ben presto occupate dagli orafi, eccellenti artisti che stavano conoscendo proprio in quel periodo, letteralmente, la loro età d’oro. L’aspetto decoroso di questi maestri artigiani che svolgevano lavori per i signori più in vista della città, ricercatissimi dalla più alta aristocrazia europea, le cui creazioni ipnotizzavano ed abbagliavano coloro che vi posavano lo sguardo, fu indubbiamente una soluzione felice e la destinazione migliore che potesse essere data a questo nobile ponte, divenuto in virtù della sua veneranda età il cittadino più emerito di Firenze.
Lontano dagli sgradevoli effluvi dei beccai e dalla vista impietosa delle carcasse sanguinanti degli animali appese ai ganci, il ponte incontrò così l’altra fetta del popolo, quella più in vista, che mai prima si sarebbe avventurata sul suo dorso ma che adesso la popolava estasiata e giubilante.
E gli stessi granduchi, passando lungo il Corridoio per spostarsi da un palazzo all’altro, trovavano assai più gradevole guardare verso il basso per ammirare la nuova, scintillante eleganza di Ponte Vecchio, ancora oggi palpabile da chiunque vi giunga in visita. Una curiosità poco nota legata al Corridoio Vasariano – raccontato anche in un episodio del film di Roberto Rossellina Paisà – è che sul finire della guerra, data la distruzione da parte dei nazisti di tutti i collegamenti fra le due sponde della città, fu l’unico punto di attraversamento nord-sud; per questo, nei giorni che precedettero la liberazione, il Corridoio venne sfruttato dai partigiani per insinuarsi alle spalle delle file nemiche, stanziate nella parte Nord, e raggiungere gli Alleati, disposti a Sud.
In un certo senso, si può dire, che l’idea felice di Cosimo I, grazie alla preziosa arte di Vasari, fece la sua piccola parte per liberare Firenze dall’invasione nazista, quasi a voler gridare nel silenzio della sua natura di pietra che nulla le sarebbe potuto accadere finché lui, il Corridoio, di concerto con le altre meraviglie che abitano e sovrastano Firenze, avrebbe vigilato sulla sua città nessuna bomba, o sopruso, o usurpazione avrebbe potuto distruggerla.
E così, grazie al piccolo contributo del Corridoio, che oggi è possibile visitare solo su prenotazione e in gruppi non superiori alle 15/20 persone per volta, Firenze è sopravvissuta al disastro della Seconda Guerra Mondiale, com’è sopravvissuta a suo tempo alle inondazioni dell’Arno, i suoi palazzi e monumenti sono sopravvissuti, ed anche le sue opere d’immane valore. E gli orafi fiorentini, così fieri della loro arte, ancora popolano ed incantano il dorso di Ponte Vecchio, il più longevo testimone della storia e le avventure di questa città.

Alba Rosa Gesualdo