Il nostro eroe del giorno è il bandito Filippo Pacchione, capo della banda di San Pellegrino: un personaggio singolare, a metà tra uno spietato criminale e un galantuomo, un Robin Hood nostrano.
E’ ormai cosa nota che le terre selvagge della Garfagnana siano state, in passato, soggette alle scorribande e agli assalti, perpetrati da gruppi più o meno organizzati di banditi; d’altra parte, non è un’esagerazione affermare che, in un’epoca lontana e assai più difficile della nostra, ad un giovane garfagnino di umili origini, si prospettassero solo due strade: zappare la terra o darsi al brigantaggio.
Ma forse pochi sanno che queste indomite canaglie, tra cui spicca per importanza il nostro Pacchione, seguivano un codice etico tutto loro ed erano assai sensibili alle lusinghe della Bellezza. Ne è testimonianza un episodio singolare, che vede come protagonista una giovane fanciulla della nobiltà veneziana, Bianca Cappello, assai celebre per la delicatezza dei suoi tratti e la raffinatezza dei modi.
I suoi genitori, più interessati a mantenere intatto il proprio ingente patrimonio che alla felicità della figlia, si aspettavano che entrasse in convento oppure che sposasse un vecchio possidente veneziano che, nemmeno a dirlo, Bianca detestava con tutta se stessa. Si innamorò, al contrario, di un giovane e attraente gentiluomo fiorentino, Pietro Bonaventuri, che lavorava presso il Banco dei Salviati a Venezia. Questa unione fu ostacolata con ogni mezzo dalla famiglia Cappello e ai due giovani innamorati non restò che fuggire. Nella notte, lasciarono in gran segreto la città e si misero in cammino verso Ferrara, dove il segretario del duca Alfonso II li fece sposare anche senza il consenso paterno e li guidò fino a Modena. Da qui proseguirono in direzione di Firenze ma, infreddoliti e stremati dal lungo cammino, si fermarono per una sosta di qualche giorno presso l’eremo di San Pellegrino che, a quel tempo, era custodito da Pierone da Frassinoro, un vecchio burbero e solitario che si prese, tuttavia, a cuore la storia dei giovani sposini e decise di accompagnarli fino a Castelnuovo.
Ma, giunti a Campori, antico borgo situato sul punto più alto del Piano di Pieve Fosciana, la comitiva, così stranamente assortita, fece l’incontro con il bandito Pacchione e i suoi compari. Sarà stata la splendida cornice del paesino di origine longobarda o la grazia delle forme della giovane Bianca, ad aver ammorbidito la dura corazza del nostro brigante? Ai posteri, l’ardua sentenza; ciò che è certo è che Pacchione le offrì la propria protezione e si incaricò di guidarla sino a Firenze, addirittura rimproverandola, come un genitore premuroso, per aver intrapreso un così pericoloso viaggio: “Madonna; ben conviene che importanti affari vi abbiano consigliata ad un viaggio che pochissimi si attentano in questa stagione di fare, e potete chiamarvi fortunata di non esser caduta nelle mani degli assassini che infestano questa strada. […] Una gentil donna deve saper quant’è periglioso affrontar l’Appennino, onde fieri e spietati briganti non permettono a nessuno di passare indenni quelle strade”.
Giunti a Firenze dopo una lunga e perigliosa epopea, l’unione tra i due giovani fu messa a dura prova. “Mala cosa nascer povero”, mio caro Pietro; il giovane aveva infatti mentito sulle sue reali possibilità economiche e Bianca, ambiziosa e usa al lusso e alla ricchezza, era sempre più frustrata dal tenore di vita modesto che era costretta a mantenere. L’idillio fu definitivamente interrotto dall’incontro di Bianca con il granduca di Toscana Francesco I de’ Medici, figlio di Cosimo e già sposato con Giovanna d’Austria. In circostanze mai chiarite, Pietro Bonaventuri fu assassinato; alcuni suggeriscono un coinvolgimento del granduca, altri ritengono il fatto una diretta conseguenza della vita sregolata del giovane. Certo, la dipartita di Pietro rese le cose assai più facili ai due amanti, e il folle e potente amore che li unì è ancora oggi testimoniato dallo splendido palazzo, che Francesco fece costruire dal Buontalenti per la bella Bianca in via Maggio a Firenze, vicinissimo all’allora residenza granducale, Palazzo Pitti. Un legame che non si spense neanche con la morte: i due spirarono, a dieci ore di distanza l’uno dall’altra, nella villa Medici di Poggio a Caiano, dopo aver contratto la malaria.

Sofia Ciliberto

Credits

  • Paolo Fantozzi,Storie e leggende della montagna lucchese, Fucecchio, Versiliana Editrice, 2001.
  • Raffaello Raffaelli, Descrizione geografica storica della Garfagnana”, Lucca, 1879.