Quello che ieri  era  considerato  un  prodigio  oggi  è  un  fatto  normale,
e  d’ora  in  poi la  terra  pulsa,  se  così  si  può   dire, al ritmo di un unico
battito del cuore […] E la vittoria sullo spazio e sul tempo permetterebbe
un’unione   duratura   se   la  specie  umana  non  si  lasciasse  traviare  di
continuo  dal  folle  istinto  di  distruggere  questa  grandiosa  fratellanza,
e di servirsi degli stessi mezzi che le conferiscono  potere  sugli  elementi
per annientare sé stessa
S. ZWEIG, Momenti fatali

 

La cerchia di mura che avvolge in un intimo, caldo abbraccio l’antica cittadina di Lucca, sono non solo le ultime mura cittadine risalenti ad un’epoca infinitamente lontana dalla nostra, e così profondamente diversa da qualsiasi cosa si conosca, ma costituiscono soprattutto il secondo esempio in Europa di mura costruite secondo i più moderni principi di fortificazione. Le mura di Lucca sono rimaste integre ed intatte, giunte fino a noi dal suo tempo lontanissimo nella loro forma autentica, mute ed inermi osservatrici dello scorrere delle epoche e del mutare delle genti e dei costumi.

Se potessero parlare, quali incredibili storie potrebbero raccontarci! L’altro emblematico caso di mura cittadine rimaste intatte, in Europa, lo troviamo presso la città di Nicosia, capitale dell’isola di Cipro, che con i suoi 4.5 km di cerchia muraria ed i suoi 11 bastioni detiene il primato. Tuttavia, benché Lucca ricopra il secondo posto in fatto di ampiezza, non per questo le sue mura, e soprattutto la sua incredibile e secolare storia, hanno importanza secondaria.

Un fatto importante sta nel fatto che mentre la cerchia muraria di Nicosia contempla solamente tre porte, quella di Lucca ne vanta ben 12, in un totale di 4 km e 223 m. Anticamente, le porte erano solamente tre – Porta San Pietro, Porta Santa Maria e Porta San Donato – attraversando le quali era possibile accadere alla città; queste erano le tre porte maggiori, alle quali si aggiungevano un certo numero di posterle (una sorta di piccole porte secondarie, o di servizio come diremmo oggi), costituenti accessi diretti al fossato, costeggiante le mura cittadine. Queste posterle – oggi in gran parte convertite in passaggi pedonali – servivano alle guarnigioni militari, grazie alle quali venivano messi nella condizione di presidiare le opere esterne ed effettuare sortite. Le mura di Lucca hanno subito nel corso dei secoli svariati aggiornamenti e ricostruzioni.

Quella che vediamo oggi è frutto dell’ultima opera di ricostruzione, iniziata nel maggio del 1504 e terminata ben un secolo e mezzo dopo, nel 1648, in coincidenza con la fine della Guerra dei Trent’anni (1618-1648); altri lavori di manutenzione, per così dire, ebbero luogo per tutta la seconda metà del XVII secolo, sfruttando di volta in volta le nuove conoscenze tecniche in campo edile al fine di rendere le mura davvero incrollabili. Anzitempo, le mura furono concepite come deterrente per gli invasori che volevano mettere le mani sulla città, in particolare contro Firenze prima, e contro il Granducato di Toscana poi.

Tuttavia, non furono gli uomini, con le loro mire espansionistiche e la loro inestinguibile sete di potere, a mettere a rischio di distruzione la città di Lucca, bensì il più antico, e tutt’ora imbattuto nemico dell’uomo: la Natura.

La collocazione della città, infatti, non è particolarmente favorevole. La zona in cui venne costruita Lucca, ancora oggi nonostante i grandi progressi in campo tecnologico, è tendenzialmente soggetta a reiterate alluvioni; e fu proprio un’alluvione, violentissima e disastrosa, avvenuta nella Valle del Serchio nel novembre del 1812 a mettere in serio repentaglio le sorti di Lucca. Le porte vennero opportunamente sprangate con l’ausilio di materassi, pagliericci ed altri oggetti di contenimento, garantendo in questo modo una relativa tenuta all’acqua dal centro della città.

L’allora principessa di Lucca e Piombino, Elisa Bonaparte, per entrare in città venne issata per mezzo di una sorta di bilanciere, evitando così di aprire le porte che, con fatica, contenevano la furia dell’acqua. In seguito, la struttura venne convertita in passeggiata pedonale da Maria Luisa di Borbone, in carica dal 1815 al 1824 e subentrata ad Elisa Bonaparte.

Le mura in realtà risalgono a ben prima di queste date, ed ancor prima che le tenebre dense di paura e credenze del Medioevo facessero la loro comparsa nella storia dell’umanità, lasciando segni (culturali ed ideologici) che ancora oggi stentano a svanire. Le prime fortificazioni murarie risalgono in epoca romana, intorno al 180 a. C., quando ancora quella che un giorno sarebbe diventata una delle cittadine più caratteristiche d’Italia non era che una piccola colonia paludosa immersa nella campagna. Resti dell’antico perimetro romano esistono ancora, ed è possibile, dall’alto, distinguere la tradizionale pianta rettangolare romana nei suoi quattro punti cardinali: a nord da via San Giorgio, a sud da Corso Garibaldi, a ovest da via Galli Tassi e da via della  Cittadella, e ad est da via della Rosa e via dell’Angelo Custode.

All’interno della cerchia muraria è possibile individuare gli antichi castra militari romani, con le classiche vie ortogonali, una volta dette Cardus Maximus (riconoscibili oggi in via Veneto, via Calderia e via degli Asili, ) e Decumanus Maximus (via San Paolino, via Roma e via Santa Croce). Esse incontravano le mura in corrispondenza delle quattro porte confluenti nel foro romano, oggi l’attuale piazza San Michele, dove si erge ancora la chiesa di San Michele in Foro, a ricordare la sua antica funzione prima dell’avvento del cristianesimo.

La datazione ufficiale di queste prime mura, tuttavia, è ancora oggi fortemente controversa, specie per quanto riguarda il lato ovest, dove recenti studi e ricerche recenti hanno individuato un antico tratto non rettilineo.

Questo tratto è infatti caratterizzato da una sporgenza maggiore nel tratto di nord-ovest, mentre in quello opposto, il tratto sud-ovest, appare sensibilmente ritirato; e proprio in quest’ultimo sembra dovesse aprirsi quella che viene designata come Porta vecchia di San Donato (Portam Sancti Donati Veterem). Una delle difficoltà principali consiste nel trovare un accordo sul tracciato complessivo, avvalorato da prove certe, a sua volta consistente nel fatto che, contrariamente all’opinione diffusa sui metodi di costruzione delle mura romane nelle colonie, quelle che cingono il lucchese sono prive dei consueti tratti rettilinei; e ben lungi dal presentare una qualche uniformità, esse presentano numerose irregolarità non riconducibili ad uno stile in particolare. Sul lato nord-est è tutt’ora presente una convessità a forma di arco depresso, dovuto probabilmente al tracciato del Serchio che, in quel punto, come di consueto, doveva fungere da fossato. Un’interpretazione altrettanto soddisfacente non è possibile invece per quanto riguarda il lato ovest, che presenta una bizzarra forma a scala ancora oggi aperto ad ogni sorta di ipotesi.

Con l’avanzare dei secoli, a questa prima cerchia muraria se ne aggiunse una seconda, oltre ai perpetui lavori di fortificazione ed aggiunte di migliorie delle mura già esistenti, per un periodo che va complessivamente dai primi anni successi al fatidico Anno Mille – ad attestazione del quale esiste un documento del giugno del 1081 di Arrigo IV, nel quale proibisce a chicchessia di danneggiare le mura, sia quelle vecchie che quelle nuove – in corrispondenza alle varie invasioni barbariche prima, e alla discesa in Italia di Federico I Barbarossa poi. La vera fase di costruzione si ebbe soltanto in epoca rinascimentale, in un periodo compreso dai primi anni del XVI fino alla metà del XVII secolo. In questo periodo di circa cento anni si procedette anzitutto con l’edificazione di cortine fiancheggiate da grandi rondelle (secondo le teorie del fuoco di rovescio). Ciononostante, la corsa al progresso di quel periodo di rifiorente innovazione rese ben presto obsoleti questi torrioni, ed il Comune si ritrovò nuovamente nella condizione di dar fondo alle casse per apportare ulteriori migliorie.

Tra il 1544 ed il 1575, l’Officio delle Fortificazioni – un organo del comune nato appositamente con lo scopo di supervisionare e coordinare l’intero processo costruttivo, nato nel maggio del 1504 e destituito all’ultimazione della costruzione delle mura, nel gennaio del 1801 – stipendiò un grosso numero di ingegneri militari tra i più illustri dell’epoca. La costruzione dell’attuale struttura venne inaugurata e supervisionata dall’architetto Jacopo Sghezzi, al quale si affiancarono alcuni fra i nomi più illustri del panorama ingegneristico del XVI secolo, quali Galeazzo Alghisi e Baldassarre Lanci, e nel 1561 anche da Francesco Paciotto da Urbino, i cui disegni permisero di delineare il nucleo portante delle mura; essi lavorarono al soldo lucchese per un decennio circa, tra il 1547 ed il 1557, passando poi al servizio del Granduca di Toscana.

Alla fine del secolo tuttavia, nonostante i prodigiosi risultati dei maestri italiani, l’opera di costruzione e fortificazione venne affidata alla scuola ingegneristica fiamminga, allora la più prestigiosa in questo campo. Nel 1589, l’ingegnere Alessandro Farnese redasse un progetto rivoluzionario cui si attennero in seguito i suoi successori, compresi gli ingegneri fiamminghi, fino a Paolo Lipparelli che, tra il 1645 ed il 1650, guidò gli ultimi lavori fino al loro termine.

Ciononostante, a dispetto del formidabile dispendio di energie e delle enormi quantità di denaro investite in quest’opera colossale, la ricostruzione non poté essere portata realmente a termine, non almeno come il progetto originale auspicava. Data la sua estrema vicinanza al fiume Serchio, il lato nord restringeva sensibilmente lo spazio, rendendo impossibile ad un eventuale assediante l’impianto di un assedio scientifico; la distanza fra i bastioni è maggiore in questa zona rispetto agli altri, ed al centro vi si trova una semplice piattaforma anziché un bastione classico, tra l’altro piuttosto visibile essendo in pietra bianca anziché in mattoni.

Nonostante queste piccole difficoltà strutturali che, specie in opere di così ardita portata, possono presentarsi in fase di costruzione, le mura di Lucca, ed in modo particolare queste costruite in età rinascimentale, costituiscono davvero una grande e prodigiosa impresa umana, grazie anche alle tecniche ed ai sistemi innovativi utilizzati per la loro realizzazione.

Fra questi, ricordiamo la tecnica dei terrari, un metodo alquanto avanguardistico considerata l’epoca, e da un certo punto di vista anche ecologico, basato principalmente sull’uso di risorse naturali in ambito sia difensivo che costruttivo.

Questo sistema utilizzava la vegetazione viva come materiale da costruzione, combinandovi materiali artificiali e materiali organici morti. Una soluzione di tal facie, composta dunque da terrari ed alberature, consentiva alla struttura di svolgere una funzione idrologica, drenando il terreno contro smottamenti e slittamenti, alquanto frequenti in quella zona, distribuendo così i carichi su ampie superfici evitando il rischio di alluvioni o crolli improvvisi.

Le mura di Lucca rappresentano ancora oggi una delle opere più ardite e spettacolari che mai mani umane abbiano innalzato, la prova di quanto la volontà e l’ingegno, se uniti in reciproca alleanza, siano infinitamente ricchi e potenzialmente capaci di tutto.

Gli sforzi degli uomini del passato, persecutori di nobili sogni di immortalità temporale, di prosecuzione della memoria e della storia collettiva, sono stati ampiamente ripagati, trovando oggi nell’imperitura presenza delle mura di Lucca la sua più concreta ed autentica testimonianza.

Alba Rosa Gesualdo