A tal punto si sono suggestionati l’un l’altro con le chimere di Colombo,
secondo cui nei paesi d’oltreoceano basterebbe affondare la vanga nel terreno
per veder luccicare le pepite d’oro, che i più ricchi tra gli emigranti si portano
appresso servitori e muli per far subito man bassa di grandi quantità del prezioso
metallo. Chi resta escluso dalla spedizione si ingegna a trovare un’altra via […]
D’un sol colpo la Spagna si libera di esistenze irrequiete e pericolosa gentaglia.
STEFAN ZWEIG, Fuga verso l’immortalità

L’oreficeria è fra le più antiche e più durature arti di cui disponiamo. Un’arte che, nel tempo, anziché estinguersi come spesso accade, in particolar modo quando le nuove tecnologie, intrecciate strette al presentarsi delle nuove esigenze da queste create, subentrano nella vita surclassando l’antico e l’artigianato, ha saputo mantenere viva e perpetuare la propria tradizione.
Numerose sono, ancora oggi, le botteghe orafe gestite da artigiani, le scuole che offrono corsi per chi vuole apprendere l’antica arte di questo pregiatissimo ed inestimabile mestiere, che siano lavoranti del settore o semplici appassionati, come altrettanto numerosi sono gli eventi e le mostre dedicate alla celebrazione dell’arte orafa, ai quali la sua storia millenaria è la più autorevole e veritiera testimone.
Domandarsi perché proprio l’oro, nelle epoche lontane dell’umanità dominate dall’ingenuità scientifica nei confronti del mondo, attrasse in maniera così morbosa l’attenzione e l’ammirazione degli uomini credo sia superfluo: dal punto di vista puramente estetico, l’oro, indubbiamente, si presenta come qualcosa di bello di per sé, un sasso particolarissimo che a differenza della maggior parte luccica e si presenta per questo elegante.
Per quanto si tenti invano di negarlo, gli uomini sono fortemente attratti dalla bellezza, da ciò che appare anzitutto allo sguardo, indipendente dal suo reale valore e contenuto ed indifferenti ad essi. L’oro quindi piacque anzitutto perché era bello, gradevole allo sguardo. Evidentemente, questi primi uomini non ancora smaliziati, appena destatisi dal sonno dell’incoscienza di sé che caratterizza gli altri animali, dovettero pensare che pietre tanto belle (l’oro è un metallo che si presenta soprattutto sotto forma di pepite, oggetti simili a sassi) potevano essere usate per scopi di uso comune, per decorare gli spazi, gli oggetti e, perché no, le persone stesse.
Le tombe dei faraoni traboccano di ori in un tripudio di luce in luoghi bui ed oscuri, i colli e le braccia delle matrone di Roma e Bisanzio, in base ai resoconti scritti e figurativi che ci sono sopraggiunti, erano decorate con chili interi di questa luccicante ferraglia, per non parlare delle opere religiose – come mosaici, suppellettili ed abiti talari – la cui profusione d’oro è ancora oggi tanto splendente da abbagliare chiunque vi posi lo sguardo, quasi in una sorta di velato ammonimento.
A contribuire il mito della preziosità dell’oro intervenne con molta probabilità, successiva alla sua prima rivelazione, la scoperta della sua estrema rarità e la difficoltà ad estrarlo. Nei secoli del colonialismo nelle incontaminate terre del continente americano, per un tragico errore di valutazione unito all’imperitura follia umana, scoppiò una vera e propria febbre dell’oro che portò a guerre, lotte, scontri armati tra occidentali e le civiltà indigene, – vedutesi di colpo invase da queste armate di belve assetate di sangue ed oro e sterminati da questi gli uni dopo gli altri ineluttabilmente – e tra i primi vicendevolmente, bagni di sangue ed atrocità che ancora non trovano parole sufficientemente adeguate per descriverle. Indubbiamente la vista di tutto quell’oro in queste terre misteriose, bellissime, suggestive anche se alquanto terrificanti, usato per le cose più banali e comuni come portoni, batacchi e scaffali, in mano a questi uomini che, ignari del suo valore, lo trattavano alla stregua di un qualsiasi sasso, accese le più recondite ed insperate fantasia degli occidentali, genti caratterizzatesi nella storia per la fame di potere e ricchezze ancor prima che per le sue imprese; ed è facile perciò supporre che, data la loro superiorità militare e strategica, sfruttando l’ingenuità di questi popoli ancora relativamente arretrati e la loro natura tendenzialmente pacifica, pensarono bene di impossessarsi dei loro beni in cambio di chincaglieria, che a questi popoli parve bellissima e di grande valore.
Ettari ed ettari interi di terre, per vastità che si perdevano a vista d’occhio, furono acquistate per una bottiglia di acquavite, le città depredate di tutti i loro beni e tesori, e le violenze che seguirono questi impuniti soprusi furono indescrivibili.
La conseguenza più evidente di tutta questa ignobile inutilità è data dal fatto che tali popolazioni, in soli un paio di secoli, dopo millenni di vita, storia e cultura, si estinsero completamente, lasciando quali uniche testimonianze del loro passaggio sulla terra delle rovine incastonate tra i monti delle Ande e qualche leggenda.
Al di là delle barbarie che la sete di oro produsse, e che ancora produce anche se su un piano, per così dire, più elevato dell’esistenza, segnate dal perpetuo alzarsi ed abbassarsi di numeri che seguono le ciniche leggi della Borsa, l’oro riscontrò un certo successo anche per le sue doti fisiche e chimiche, tra le quali la malleabilità e la possibilità di lavorarlo per un numero di volte praticamente infinito (basta fonderlo), e la sua lega indistruttibile. In seguito, in virtù delle sue doti estetiche, quando venne impiegato per la realizzazione di gioielli, monili, ed altri suppellettili di natura frivola, alla fusione ed alla lavorazione grezza si aggiunsero numerose tecniche (coma la cesellatura, la baccellatura, ecc.) al fine di conferire all’oggetto finito un aspetto ancora più gradevole e, almeno all’occhio, ancora più pregiato.
La polvere d’oro venne utilizzata nel Medioevo per decorare opere d’arte sacra, quali statue e dipinti, e parte di essa rimpastata ed usata in campo tessile nella produzione degli abiti destinati a nobili, re e regine. Con l’avvento del Rinascimento, se sul piano artistico-pittorico l’oro smise di illuminare le pareti di chiese ed altari, la tradizione dell’arte orafa conobbe il suo periodo più florido.
L’eclissarsi del buio dei lunghi anni che caratterizzarono il Medioevo portarono una nuova luce nelle città europee, una luce fatta di cultura, opere d’arte e vanità. Gli abiti di dame e gentiluomini si riempono di ori, di elaborati decori e stupefacenti giochi di luci e forme creati con essi, a celebrazione della bellezza della vita, dei fasti a cui è inutile oltre che stupido tirarsi indietro, quale sorta di rivalsa contro il tramontato Medioevo foriero di terrore.
Sul piano della moda e del lusso, i gioielli divennero il manifesto di questa rinascita e l’appannaggio esclusivo di quella nuova società nascente di nobili, signori e famiglie arricchitesi negli anni, o omaggiate dai propri padroni con pregiati doni e titoli nobiliari per meriti militari o per la fedeltà mostrata dal signore, che a dispetto del volgo poteva permettersi di sperperare più denaro di quanto non ne guadagnasse, come a voler dire a questo che erano loro quelli che avevano il potere (d’acquisto), e dunque loro quelli cui spettava comandare. Le città della vecchia Europa, cavalcando l’onda di questa rinascita, si riempirono di botteghe di piccoli artigiani che, rispolverata la vecchia arte orafa, presero a lavorare l’oro creando con esso quegli oggetti tanto amati e bramati, arricchendosi a loro volta. Firenze fu tra le prime città a conoscere la fortuna dell’arte orafa, e sicuramente fra le più importanti città del vecchio mondo ove gli arditi desideri di nobildonne e nobiluomini potevano trovare piena realizzazione, se non addirittura superarli. La storia dello straordinario successo delle botteghe orafe fiorentine nasce, come nella maggior parte dei casi, per caso e per uno strano quanto fortunato intrecciarsi di casualità e necessità.
Quando, in pieno Rinascimento, Cosimo I assunse il potere sulla città di Firenze, decise di promuovere una serie di iniziative e lavori di restauro per migliorare la città conferendole un’aura di modernità e prestigio, il tutto mantenendo intatto il fascino antico che da essa emanava e che con tanta fatica era riuscita a costruire nel corso dei secoli. Cosimo fece restaurare l’antico edificio risalente al 1200, Palazzo Vecchio, in stato di quasi abbandono, in onore della bella e giovane moglie, Eleonora da Toledo, al fine di renderlo la dimora ove egli e la moglie avrebbero risieduto. Di fianco a Palazzo Vecchio si trovavano gli «uffizi» amministrativi dedicati alle funzioni di gestione ed amministrazione della città, anch’essi bisognosi di qualche lavoro e mano di pittura, e appena poco di fianco a questi un imponente ed antico ponte dall’aspetto tutt’altro che gradevole. Qui, infatti, sorgevano numerose le botteghe di pesciaioli, macellai ed acconciatori, gente rozza, malvestita e maleodorante, abituata al lavoro ed indurita da questo, dedita a gettare nelle acque del fiume, non proprio lucenti, rifiuti d’ogni genere (frattaglie di animali e di pesci, carcasse spolpate, pelli di scarto, ecci) in quantità indiscriminate. Rifiuti che, a seconda del tempo e del vento che soffiava, esalavano dalle acque dell’Arno nauseabondi olezzi che impregnavano l’intera zona, provocando nei cittadini che vi abitavano, costretti a respirare quell’aria malsana, non pochi danni e fastidi.
Danni che riguardavano i granduchi in persona, data la vicinanza tra la loro residenza ed il ponte, con serie conseguenze per la bella Eleonora che, da tempo sofferente di una forma cronica di tubercolosi, era costretta a chiudersi in casa per evitare che zaffate venefiche di quell’aria mettessero in crisi la sua salute precaria. E poi, al di là di tutto, la lavorazione delle carni e delle pelli e lo squartamento delle bestie non era certo uno spettacolo degno degli occhi dei signori e padroni di Firenze!
Ma Cosimo, uomo dalle mille risorse, colse al balzo il problema proponendo una soluzione che accontentasse tutti. Visti i lavori di ristrutturazione ed ampliamento che stavano avvenendo a pochi metri dal ponte, nella parte più interna della città, presso la piazza del Mercato Vecchio, dove avrebbero dovuto essere ricollocate botteghe, negozi e luoghi ove intraprendere commerci di vario genere, decise di far traslocare i pesciaioli ed i macellai in quella zona, sgombrando così anzitempo il ponte. Tutto risolto dunque, se non fosse per il fatto che, svuotato di tutta l’antica attività, l’aspetto del ponte risultasse alquanto spoglio e desolato; ma Cosimo aveva un asso nella manica, rivelatosi ben presto una tra le idee più felici che abbia mai avuto.
Il grande successo che l’arte orafa stava riscontrando in quegli anni, e a Firenze in modo particolare (dai dipinti del Bronzino, ritrattista ufficiale della famiglia Medici, possiamo vedere in più occasioni Eleonora ritratta con indosso abiti intessuti con fili d’oro che, con molta probabilità, dovevano pesare moltissimo, mettendo ulteriormente a dura prova il suo fragile stato di salute), e la gradevolezza che tali lavorazioni suscitavano in coloro che li guardavano, dette a Cosimo lo stimolo sia per rimediare al problema della nuova desolazione venutasi a creare nel ponte, sia per dare una visibilità maggiore a questi maestri dell’oro collocandoli in una zona strategica dove chiunque passando li avrebbe visti ed ammirato le loro creazioni.
Oggi, a distanza di quasi mezzo millennio da quell’idea alquanto felice, le botteghe orafe si trovano ancora lì, splendenti delle loro stupefacenti creazioni che lasciano letteralmente ipnotizzati i passanti e gli avventori che a frotte ogni giorno si ritrovano a passeggiare su quel ponte.
Oggi su quel ponte, ovvero Ponte Vecchio, le botteghe degli orafi raccontano la passione, la laboriosità e la creatività di Firenze, città dove ogni singola pietra è un pezzo di storia, scrigno di un patrimonio di valore inestimabile dove non soltanto i suoi averi la rendono quella culla di ricchezza qual è conosciuta in tutto il globo, ma testimone oculare di quell’arte più sottile e nascosta fatta di semplici gesti e saperi che si tramandano di padre in figlio rendendo immortali le sue genti non meno dei suoi averi.

Alba Rosa Gesualda