Ed ella: «O luce etterna del gran viro
a cui Nostro Signor lasciò le chiavi,
ch’ei portò giù, di questo gaudio miro,
tenta costui di punti lievi e gravi,
come ti piace, intorno de la fede,
per la qual tu su per lo mare andavi.
S’elli ama bene e bene spera e crede,
non t’è occulto, perché ‘l viso hai quivi
dov’ ogne cosa dipinta si vede;
ma perché questo regno ha fatto civi
per la verace fede, a glorïarla,
di lei parlare è ben ch’a lui arrivi.»
DANTE ALIGHIERI, La Divina Commedia, Paradiso-Canto XXIV

Nella  credenza popolare, fin da tempi antichissimi, le api hanno sempre rappresentato un simbolo di operosità e di ordine sociale. Le api, infatti, naturalmente suddivise in categorie naturali che le definiscono, operano ciascuna nel proprio specifico settore ad esse confacente, estranee alla prevaricazione, all’ambizione, al potere ed all’usurpazione di questo ad accrescimento del proprio. Le api rispettano ciascuna il ruolo che la natura le ha assegnato, contribuiscono con il proprio lavoro al mantenimento dell’alveare assicurandosi che a ciascuna, quale che sia la sua funzione, non manchi nutrimento e protezione.
Le api in tal senso rappresentano il prototipo di una società perfetta ed equilibrata, in quanto spuria dal perpetuo ribollio di passioni che, invece, animano il cuore umano ponendolo in una condizione di perenne insoddisfazione di sé e di quanto possiede, inducendo l’uomo ad ambire sempre a qualcosa di più, ad assurgere ad un potere sempre maggiore, passioni che come ben sappiamo sono causa prima di instabilità e sofferenza. E tuttavia in questa apparente, perfetta armonia vi è qualcosa che stride profondamente con la nostra concezione di libertà. In effetti, bisogna ammettere che per quanto equilibrata, pacifica e solida, il sistema sociale, per così dire, delle api è tutt’altro che un sistema libero: nessun membro di questa società può infatti scegliere il proprio ruolo, né può esimersi dal compiere quello che gli è stato assegnato, in virtù di una sorta di destinalità programmata.
Ciascun membro dell’alveare nasce gerarchicamente collocato, operaio, guerriero o sovrano, privato a priori della possibilità di scelta della propria sorte; privato perché le api, a differenza degli esseri umani, non sono coscienti della propria condizione, non fanno progetti per il futuro (se non per quello a breve termine, consistente perlopiù nell’immagazzinamento di provviste e nel mantenimento dell’alveare), non hanno ambizioni, desideri, sogni o manie di grandezza, né altro scopo se non quelli richiesti dall’alveare. Ciononostante, le api, anche se estranee a quella cosa alquanto aleatoria che noi chiamiamo libertà, sono probabilmente più felici nella loro predestinalità di quanto il più felice tra gli uomini non sarà mai, né può immaginare di essere.
Ma oltre a questo significato più diretto ed esplicito, le api possiedono anche una simbologia un po’ più occulta, esoterica per così dire. Le api rappresentano l’unità politica perfetta, ideale, il modo in cui una società civile dovrebbe essere strutturata per poter funzionare come vorremmo; e l’alveare costituisce la città o lo Stato all’interno dei quale i cittadini (o i sudditi) svolgono ciascuno il proprio compito a difesa e protezione del bene comune. Un luogo cioè dove la volontà del singolo viene, per così dire, sacrificata a favore di quella collettiva, e l’individuo ha pertanto valore solo nella misura in cui appartiene ad un corpus politico-sociale ben definito identificabile in certe norme e codici di comportamento.
Un luogo l’alveare che custodisce la regina, fulcro essenziale dell’intero corpus sociale, protetta dalle sue api guardiane il cui compito è appunto la difesa della dimora comune da attacchi esterni, e mantenuta dalle api operaie alla quale esse consegnano l’intero lavoro di una giornata affinché ella in seguito lo ridistribuisca fra i suoi sudditi. L’allusione alla politica dell’uomo è fin troppo chiara, con la sola differenza che nel corpus sociale e politico delle api vige un reale e concreto spirito di giustizia sociale: se è vero che ogni singolo membro della società svolge un ruolo importante in accordo con il lavoro collettivo di tutti, e se è vero che tutti, a loro modo, contribuiscono al mantenimento dello stato di benessere comune, è altrettanto vero che proprio per tali ragioni ciascun membro è importante e meritevole di nutrimento e protezione.
All’interno di un alveare nessuno rimane mai senza la propria parte, nessuno riceve più o meno degli altri, ma tutto viene distribuito in maniera equa e tutto viene condiviso.
E ciò è quanto di più lontano esista dalla società civile umana, dove i soprusi, le prepotenze, le ruberie e gli inutili privilegi della classe politica la fanno da padrona. Ed è molto probabile che l’allusione fosse proprio la suddetta quando il Giambologna, prima, e Pietro Tacca, in seguito, progettarono la statua equestre di Ferdinando I che troneggia in Piazza Santissima Annunziata, al centro esatto della piazza ed incorniciata dal suo arco in perpendicolare al crocevia di via de’ Servi che conduce direttamente al Duomo, da dove essa può essere vista senza problemi a simbolo del potere granducale. La statua equestre di Ferdinando I de’ Medici, commissionata proprio da quest’ultimo, fu una delle ultime opere del Giambologna, e fu all’epoca, assieme alla statua equestre di Cosimo I in Piazza della Signoria (anch’essa del Giambologna), uno delle statue più importanti della città.
Fu un periodo quello tra il XVI ed il XVII secolo in cui la statua equestre raggiunse un’elevata popolarità ed una grande diffusione in tutta Europa, un evidente richiamo da parte dei potenti alla gloria immortale delle grandi imprese degli imperatori romani – che si facevano raffigurare nella loro veste di valorosi condottieri a comando di importanti eserciti – e chiaro simbolo di potere. Il modello in scala reale venne definito nel 1602 e gettato nel bronzo in autunno. Dopo la morte di Giambologna, che aveva iniziato l’opera, il lavoro venne portato a termine dal suo allievo prediletto, Pietro Tacca, il quale erediterà anche la bottega del maestro situata a Borgo Pinti.
Furono necessari ben cinque anni prima che la statua fosse completata, ed un altro anno dopo il suo completamento prima che fosse pubblicamente esposta: l’occasione fu, nell’ottobre del 1608, quella delle nozze di Cosimo II, figlio primogenito di Ferdinando, con Maria Maddalena d’Austria. Il bronzo per l’opera venne ricavato dalla fusione dei cannoni delle galee Saracene (turchi) vinte dai Cavalieri dell’Ordine Militare di Santo Stefano, alla memoria della quale, nella cinghia sottopancia del cavallo, venne incisa la frase: «De’ metalli rapiti al fero Trace».
La tendenza tutta toscana a trasformare ogni cosa in scherzo e burla, che sia il tradimento coniugale della moglie di un artigiano con il suo apprendista o la salace tassazione dei duchi necessaria a far la guerra, e forte del successo che le satire politiche riscontrarono in quel periodo tanto caotico, storpiò la frase in «De’ denari rubati in guerra e in pace». La statua ci mostra il granduca Ferdinando I in groppa al suo cavallo, in posizione fiera e regale, vestito della sua corazza, sul cui petto spicca con evidente orgoglio del suo indossatore la croce dell’Ordine di Santo Stefano, ordine militare equestre istituito da Cosimo I, padre di Ferdinando. I cartigli sul basamento, segnato questo da due ampie specchiature in granito rosso, sono opera del solo Tacca e risalgono al 1640; in quello che volge alla basilica si trova raffigurata l’originale impresa araldica di Ferdinando I. La statua ha lo sguardo diretto verso una finestra di Palazzo Grifoni; una diceria popolare racconta che dietro quella finestra, che sembra fosse sempre aperta, vi fossero le stanze di una sua amante. La particolarità di questo cartiglio sta nella presenza di uno sciame d’api, disposte attorno alla regina in particolarissimi cerchi concentrici sfalsati che rendono difficile un conteggio corretto di tutte le api (dovrebbero essere 91 in tutto). Su di esso vi si trova iscritto anche il motto «Maiestate Tantum», ovvero «Soltanto alla grazia di Sua Maestà [che riuscì nell’impresa]».
L’allusione, diretta ma non troppo, sta nel voler raffigurare Ferdinando come il fulcro del granducato, incarnato nell’ape regina, circondato dal pacifico ed operoso popolo fiorentino, le api operaie, che mostrano al sovrano fedeltà e devozione. Nel complesso, possiamo dire, pur volendo trovare una qualche ironia di fondo lasciata implicitamente sottintesa, come il rassegnato asservimento dei popoli al sovrano di turno, quella delle api assume il chiaro significato dello Stato ideale e vittorioso, ovvero Firenze, all’interno del quale vigono benessere, giustizia sociale ed un ordine – apparentemente – incontrovertibile, segnato dal perfetto assolvimento di ciascun membro del proprio lavoro, dal semplice cittadino (ape operaia), al granduca stesso (ape regina).

Alba Rosa Gesualdo