Un uomo serio, determinato, pungente per la fredda determinazione con cui ha portato avanti teorie politiche e letterarie, Niccolò Machiavelli è l’emblema del  grave pensatore, chino sui suoi libri, impegnato attivamente nel dibattito culturale e politico dei suoi anni. Figura di spicco negli anni successivi alla morte dell’”indemoniato”  predicatore fiorentino, il Savonarola, morto nel 1498, è nel clima politico della Repubblica di Firenze che la carica di cancelliere lo conduce all’ascesa pubblica e sociale, a lungo architettata nelle sue intime ambizioni.
Opere teatrali, storiche, politiche lo rendono un classico letterario del suo tempo, odiato da studenti ancora acerbi per comprenderne la levatura morale, reso ancora più antipatico per quel suo volto sempre serio, concentrato, mai ridente e sognatore.
Un volto assai più cupo al rientro dei Medici a Firenze: è l’anno 1512,  si restaura il principato e Machiavelli è fatto fuori dalla macchina burocratica del regno. Estromesso dal suo ruolo, la penosa inattività politica a cui è costretto, lo amareggia talmente nel profondo da rifugiarsi fuori la città,  presso un suo podere a Sant’Andrea in Percussina, meglio noto con il soprannome di “Albergaccio”. 
È qui che avvenne un episodio sapidissimo, assai burlesco, rivelatore di un tratto poco noto del serioso pensatore. Senza dubbio Machiavelli è angosciato, ma a turbarlo non vi è solo l’esilio dalla città e dalla politica, a tormentarlo nel profondo c’è anche l’astinenza carnale, il desiderio di donna, il represso istinto di sessualità. E in mancanza delle giovani donzelle fiorentine, bisognava in qualche modo sopperire, accontentarsi della “maturità” delle donne di campagna. È questo che Machiavelli racconta in una lettera a Luigi Guicciardini, con stile spudorato, schiettissimo, toscano. Si tratta di una vecchia sarta che con la scusa di mostrargli nuove camicie da acquistare, riesce a conquistarlo, a portarlo a letto, tanta era la voglia di femmina e di sesso che l’uomo portava imprigionata dentro:

Accecato per carestia di matrimonio, trovai una vecchia che mi imbucatava le camicie […] et passeggiando un dì, lei mi riconobbe et, factomi una gran festa, mi disse di andare un poco in casa, che mi voleva mostrare certe camice belle […] Giunto là, vidi poco, al barlume, al buio i tratti della donna. Questa vecchia ribalda mi prese per mano e dixe: «Questa è la camicia che io vi voglio vendere, ma voglio la proviate prima et poi la pagherete». Io rimasto solo con lei et al buio me la fottè in un colpo; et benché trovassi le coscie vize et la fica umida et che le putisse un poco el fiato, nondimeno, tanta era la disperata voia che io havevo, che là il coso andò. Et facto che io l’hebbi, venendomi pure voia di vedere questa mercantaia, tolsi un tizzone di fuoco et accesi una lucerna […] Oimè! Fui per cadere a terra morto, tanto era bructa quella femina!

Il lubrido compiacimento sale alla lettura di quest’incisivo passo, reso esilarante dal tono privo di pudore, e ancor più ridente e assai stridente alla luce di uno stereotipo machiavellico, sempre serissimo e composto, che tuttavia questa volta è alle prese con una vecchia meretrice che quasi lo fa svenire per la bruttezza celata all’oscuro della casa.
Un aneddoto che a distanza di secoli, conserva la fresca comicità di una barzelletta. Testimonianza fresca e veritiera della frizzante e verace mascolinità, che si nasconde guizzante e assai vitale, dietro l’immagine idealizzata passata nei libri di storia. Dietro la figura ingessata dell’uomo illustre, c’è sempre un uomo, con i suoi vizi, le sue passioni, alle prese con la trivialità di una vecchia sgualdrina del suo tempo.