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  • Via dei Calzaiuoli, via del passeggio fiorentino. Centinaia di persone percorrono ogni giorno questa strada, soffermandosi inevitabilmente, tra qualche acquisto, la visita di un museo o un gustoso spuntino, ad ammirare, col naso all’aria, le colossali nicchie scolpite entro il perimetro di pietra di quella che, difficilmente, per le sue forme, penseremmo sin dal principio essere una chiesa. Orsanmichele è infatti un luogo le cui sembianze di edificio civico, al cospetto di un’iconografia di stampo prettamente sacro, confondono; un luogo insolito, già nel suo titolo, che nacque dall’abitudine tipicamente fiorentina di accorciare i nomi di luoghi e cose per “penar più poco”. La sua intitolazione si lega, però, alla più antica chiesa di San Michele Arcangelo, eretta sul luogo verso la metà dell’VIII secolo, la quale, sorgendo in mezzo ad alcuni campi coltivati, venne popolarmente ribattezzata “San Michele in Orto”: un appellativo presto abbreviato e ristretto in una sola, unica,

  • Le vie del centro storico fiorentino si caratterizzano per aver conservato, accanto alle nuove, anche le più antiche targhe toponomastiche cittadine, recanti impressi precedenti nomi di vie, viuzze e “canti”. Fiancheggiando il Duomo ed imboccando via dell’Oriuolo ci troviamo allora, improvvisamente, a sorridere: proprio sotto la targa dell’odierna via ne campeggia, infatti, una curiosissima, con scritto: “Canto dei Bischeri”. Il motivo di tanto sogghignare, chi è fiorentino, ma anche chi non lo è, potrà allora ben comprenderlo.I fiorentini sono d’altronde noti da sempre per questo tipico e divertente appellativo, e quasi tutti i forestieri, visitando la città, avranno almeno una volta sentito pronunciare la parola “bischero” che, utilizzata in senso bonario, altro non significa che “poco furbo” e “sciocco”.Ogni modo di dire possiede, però, un preciso perché, e anche questo simpatico insulto presenta un’origine ben precisa, come sempre rintracciabile nelle pagine della stessa storia cittadina.Proprio nell’angolo di Palazzo Guadagni, tra piazza

  • «Avanzi e vestigia / Della chiesa di San Piero a Scheraggio / Che dava nome ad uno dei sesti della città / E fra le cui mura nei consigli del popolo / Sonò la voce di Dante».  Così recita, a Firenze, una targa apposta in via della Ninna. Una via percorsa ogni giorno da milioni di turisti ignari, ma che porta con sé un’antica e importante storia.“Incastrata” tra Palazzo Vecchio e la Galleria degli Uffizi, in questo luogo sorgeva infatti la chiesa romanica di San Pier Scheraggio, dove un affresco di Cimabue, raffigurante la Madonna nell’atto dolcissimo di far addormentare il Bambino, si era guadagnato proprio il nome di “Madonna della Ninna Nanna” o, più semplicemente, “della Ninna”.La storia di questa chiesa rimane così ancor oggi impressa nella toponomastica cittadina, sebbene dell’edificio dell’XI secolo resti così poco che della sua silente esistenza, a dire il vero, non molti si accorgono.

  • “Il sole autunnale, caldo e forte, rischiarava la statua e la facciata della chiesa. Allora ebbi la strana impressione di guardare quelle cose per la prima volta”. (G. De Chirico)   Camminando per le vie del centro storico di Firenze e facendo capolino da Borgo de’ Greci, si apre, maestosa ed eterna, piazza Santa Croce. La luce del pomeriggio la avvolge in un’atmosfera di silenziosa sospensione, stagliando contro il cielo lo spigoloso skyline di quella basilica che non più ci appare quale il noto mausoleo dell’arte, bensì come un prodigio di bellezza mai conosciuto prima. Non è un caso che nel 1910 Giorgio De Chirico rievocasse nel suo “Enigma di un pomeriggio d’Autunno” la stravolgente sensazione derivante da questa visione: seduto su una panchina della piazza e colto da uno «stato di morbosa sensibilità» conseguente ad una lunga malattia, il pittore provò infatti qui, per la prima volta, quel senso

  • Osservando una cartolina ci troviamo sempre piuttosto scettici nel credere che esistano davvero posti “così”. Chi però a Firenze si avventura sulle cosiddette “rampe del Poggi”, o percorre il Viale dei Colli, arrivando a Piazzale Michelangelo scopre che in questa città un posto “così”, proprio “così”, esiste sul serio.Niente trucchi e niente ritocchi, il piazzale offre realmente una visione mozzafiato, guadagnandosi per questo il primo posto tra i punti di osservazione panoramici più amati dai turisti. Ma al di fuori di qualsiasi logica turistica e al di fuori di tappe obbligate per la loro notorietà, io credo che questa piazza meriti, effettivamente, una lode.Non a caso mi piace chiamarla “terrazza sul mondo”. Da qui sembra infatti di poter vedere oltre l’orizzonte. Piazzale Michelangelo è una terrazza sull’arte, sulla storia, sulla bellezza, raccontataci attraverso le sagome della stessa città, che in lungo e in largo si estende fuori dal nostro campo

  • Pane sciocco, senza sale, difficile abituarsi a quest’usanza culinaria, tipicamente toscana che differenzia la nostra regione dal resto dello stivale, che eppure quanto a pane ha una salda tradizione: la Liguria, la Puglia, sono solo due regioni che al pari di quasi tutta la penisola, producono pane fragrante, lievitato, ma anche ben salato! Usanza sicuramente antica, se a citarla è addirittura il padre della lingua, Dante, che nella Divina Commedia, parla dell’assurda condizione di adattarsi a masticar pane salato come segno del suo dolorosissimo allontanamento da Florentia. È Cacciaguida, un suo antenato a profetizzargli l’esilio dalla città natale, usando come paragone la necessità di dover mangiare il pane con il sale:   Tu proverai si come sa si sale le pane altrui, e come è duro calle lo scendere e ‘l salir per l’altrui scale  (Paradiso, canto XVII, versi 58-60)   Ma la storia del pane sciocco, non si arresta al

  • Se c’è una cosa che profondamente amo di Firenze sono gli infiniti e curiosi segreti che questa città, ogni giorno e con stupore, sembra rivelare. Eppure tutti questi enigmi trovano la loro chiave di lettura nella stessa tradizione e nella storia cittadina: una storia fatta di gente, di abitudini, di credenze e di passioni, che nemmeno i secoli sono riusciti a cancellare. Molte volte, passeggiando per il centro, avremo così visto, ad esempio, la presenza di insolite e piccole aperture nelle mura di diversi palazzi, all’altezza di quelli che erano i loro antichi fondachi. Inconsuete apparizioni, identiche per forme e dimensioni, queste aperture altro non erano che tabernacoli “del vino”, meglio detti, tradizionalmente, “buchette”. Ebbene sì, la loro presenza si lega al “nettare degli dei”, alla sua produzione e al suo commercio. Ma solo la storia può spiegarci come, quando e perché esse siano nate. Era infatti la fine del ‘400 quando il grande

  • «Suonate pure le vostre trombe che noi suoneremmo le nostre campane». Così, nel 1494, l’allora gonfaloniere di Firenze Pier Capponi rispondeva alle minacce del re di Francia Enrico IV. In quel frangente le campane fiorentine non ebbero bisogno di suonare, ma sappiamo con certezza che esse avrebbero egregiamente svolto il proprio ruolo, se fossero state chiamate a farlo.È da quando l’umanità ha iniziato a lavorare il metallo che le campane uniscono le persone, invitandole al raccoglimento e portando loro notizie liete e meno liete. E ancor oggi le campane fiorentine squillano con furibondo fragore, sovrastando ogni possibile inquinamento sonoro e trionfando sulla frenesia della vita che si consuma ai loro piedi.Passeggiando per la città le possiamo udire cantare dall’alto dei campanili svettanti sulle nostre teste, con il loro potere unico di ricoprire, per qualche istante, il rumore del traffico veicolare, il chiacchiericcio che risuona per i vicoli gremiti di turisti